Un gruppo di ricercatori dell’Università Statale di Milano ha sviluppato un nuovo metodo computazionale per identificare la deregolazione del microbiota umano in relazione a patologie metaboliche: si prospetta lo sviluppo di bersagli terapeutici mirati. Il metodo, STELLA, applicato a pazienti con disturbo dello spettro autistico e sclerosi multipla.
Uno studio collaborativo che ha coinvolto il Baylor College of Medicine, l'Università di Cambridge e la University of Exeter Medical School rivela la presenza di un gene associato all'obesità e al comportamento disadattativo. L'evidenza mostra che rare mutazioni nel gene per il recettore della serotonina 2C svolgono un ruolo nello sviluppo dell'obesità e dei comportamenti disfunzionali negli esseri umani e nei modelli animali. I risultati, pubblicati sulla rivista Nature Medicine, hanno implicazioni sia diagnostiche che terapeutiche.
La solitudine favorisce e amplifica i disturbi dell’alimentazione: ad un maggiore livello di solitudine corrisponde una maggior durata di malattia e manifestazioni più gravi. Lo rivela uno studio realizzato di Neomesia (Gruppo KOS) che ha coinvolto 200 pazienti con disturbi alimentari come anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating disorder e alimentazione incontrollata. I dati dello studio stati presentati in occasione del convegno “Conflitto e solitudine nei disturbi dell’alimentazione” che ha riunito gli esperti per presentare nuove modalità di intervento multidisciplinari.
Il consumo di oltre il 20% delle calorie giornaliere totali provenienti da alimenti ultra-elaborati è stato associato a un declino più rapido della funzionalità cognitiva ed esecutiva, ha affermato un gruppo di ricercatori in un lavoro pubblicato su JAMA Neurology.
Sono in continua crescita le conferme che la comunità microbica presente all’interno dell'intestino svolge un ruolo fondamentale in condizioni metaboliche come l'obesità e le malattie neurologiche, inclusa la malattia di Parkinson. Alcuni nuovi dati sono sono stati presentati a Neuroscience 2022, l'incontro annuale della Society for Neuroscience, il più importante appuntamento mondiale ricco di novità su scienza e la salute del cervello.
Respirare polveri e fumi sul posto di lavoro, provenienti da agenti come vapori, gas e solventi può aumentare il rischio di sviluppare l'artrite reumatoide, suggerisce una ricerca pubblicata negli Annals of the Rheumatic Diseases. I risultati inoltre sembrano indicare un aumento della suscettibilità genetica alla malattia. Mentre è noto che il fumo di sigaretta aumenta il rischio di sviluppare l'artrite reumatoide, non si sa quale impatto potrebbe avere la respirazione di polveri e fumi sul posto di lavoro.
Nei giorni della Conferenza 2022 delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP27), l’OMS ha lanciato un allarme che non è possibile ignorare: "si stima che entro il 2030 i costi dei soli danni diretti del cambiamento climatico alla salute siano compresi tra 2 e 4 miliardi di dollari l’anno". Di fronte a questo scenario, il settore dell'assistenza sanitaria – che se fosse un Paese, rappresenterebbe il quinto produttore mondiale di CO2, con oltre il 4% delle emissioni globali, più del settore aereo o marittimo – ha il dovere e le capacità di agire.