La medicina del territorio è sempre più in sofferenza e questa impennata di casi di Covid in piena a estate rischia di portarla al collasso, specie in quelle Asl dove sono state definitivamente dismesse le Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) .
Le Usca sono state istituite all’inizio della pandemia per supportare i medici di famiglia. Alle Usca potevamo ricorrere per far eseguire a domicilio  i tamponi alle  persone fragili e non deambulabili o per far visitare  i malati  di Covid  al fine di valutare una possibile terapia o un eventuale accesso all’ospedale. La loro attività è stata sicuramente preziosa  e ha dato  un aiuto concreto ai noi medici di famiglia . Ma con la fine dello stato di emergenza i loro contratti al 30 di giugno sono stati definitivamente chiusi. Purtroppo  la data di fine emergenza  è stata una cosa decisa a tavolino e non ha coinciso con l’andamento della pandemia e in questi giorni stiamo assistendo a una nuova impennata di casi dovuti alle varianti Omicron 4 e 5.
Molte Asl  sono corse ai ripari chiedendo ai medici di famiglia di sostituirsi alle Usca per effettuare i tamponi di diagnosi e sdoganamento  dopo l’isolamento e per effettuare le visite domiciliari ai pazienti Covid. Il contributo che la medicina di famiglia ha dato durante questi quasi due anni e mezzo di pandemia è stato notevole: abbiamo  fatto tamponi di diagnosi e di fine isolamento, tracciamenti, certificazioni e vaccinazioni. Ora ci viene chiesto  anche di recarci a casa dei positivi ( non in grado di muoversi) per eseguire i tamponi e per le visite. Non è chiaro come sia possibile pensare di caricarci di ulteriori compiti e per giunta di  un incarico  così gravoso in termini di tempo e di rischi.
I medici Usca si recavano a domicilio dei pazienti sempre in due per aiutarsi nella vestizione e svestizione. Come è pensabile che un medico di famiglia possa recarsi da solo a domicilio di un paziente infetto?
Una singola  visita richiede un tempo dedicato che impegna alcune ore. Dove è possibile trovare il tempo per fare quello che i colleghi dell’Usca facevano per la loro intera giornata?
A quale rischio biologico di infezione da SARS CoV-2 vengono sottoposti i medici di famiglia per lo più ultra 50-60 enni? E così mentre la politica ha abdicato a qualsiasi norma cautelativa per la riduzione del contagio (anche il semplice uso di mascherine negli ambienti chiusi o affollati),  si  continua a caricare i medici e il personale sanitario tutto, di lavoro faticoso ed estenuante in un periodo quello estivo dove tutti avrebbero diritto a un po' di riposo per recuperare energie. Sembra evidente che manca una seria programmazione sanitaria e che si continua a procedere affrontando le emergenze  man mano che si presentano e in ordine sparso, regione per regione o addirittura Asl per Asl.
Ormai però è una emergenza dopo l’altra e nessun è più in grado di dare oltre a ciò che ha già ampiamente dato.
Nel territorio il rischio è di una emorragia di medici di famiglia che lasciano anticipatamente o là dove questo non è possibile, si riducono il massimale aumentando ancora di più le zone che restano prive di medici. Ed è proprio questo che hanno voluto denunciare un gruppo di 80 medici di famiglia del veneziano , che hanno scritto al direttore generale e ai sindaci della zona: "il carico di lavoro sta diventando insostenibile se questo non viene recepito saremmo costretti a mollare".
Ma mai, come in questo periodo, la politica sembra sorda al richiamo di chi lavora sul campo.

Ornella Mancin Medico di medicina generale
Ccoordinatrice della medicina di gruppo integrata di Cavarzere (VE)