Dopo tutte le polemiche e i fiumi di articoli sulle inefficienze dei medici di medicina generale durante la prima ondata della pandemia, possiamo affermare che in  Lombardia, la Regione più colpita, hanno utilizzato al meglio gli esigui strumenti che avevano a disposizione per la tutela dei pazienti più fragili e anziani. Lo possiamo asserire grazie ad uno studio pubblicato  dal servizio di epidemiologia dell’ATS di Milano dal titolo: “Riduzione degli outcome sfavorevoli dovuti all’infezione da Covid-19 su una popolazione ad alto rischio: valutazione di un intervento informativo mediante chiamata attiva da parte dei medici di medicina generale”.
Tra marzo e maggio 2020, in piena prima ondata dell'epidemia, nell’Ats di Milano è stato sviluppato un intervento basato sulla chiamata diretta dei medici di medicina generale verso i pazienti a rischio, di tipo informativo rispetto alle modalità del contagio, a come ridurlo e ai rischi dell’infezione. Tale intervento  si è rivelato efficace nel ridurre gli outcome sfavorevoli nel breve periodo. I risultati dello studio, infatti mostrano che i pazienti che non sono stati contattati, hanno avuto un rischio quasi quattro volte più alto di contrarre il Covid e due volte e mezzo maggiore di essere ricoverati e di morire. Gli autori dello studio sottolineano che: “I risultati mettono in evidenza che un intervento condotto da una figura di riferimento per il paziente ha prodotto una riduzione dei contagi e di conseguenza anche i ricoveri e i decessi”.
Lo studio in sintesi. L’ATS di Milano ha identificato 127.292 assistiti di età maggiore o uguale a 70 anni e con comorbidità associate a un aumento del rischio di decesso a causa dell’infezione da Covid-19. Mediante un sistema informativo specifico, sono stati forniti ai medici di medicina generale gli elenchi dei propri assistiti a rischio con l’indicazione di chiamarli attivamente per informarli rispetto ai rischi della malattia, alle misure di prevenzione non farmacologica e alle cautele nei contatti con famigliari e altre persone. Il protocollo non prevedeva alcun intervento specifico di tipo clinico, ma solo un intervento informativo/formativo.
Alla fine di maggio 2020, erano stati contattati 48.613 soggetti sui 127.292 identificati. Sono stati stimati gli hazard ratio (HR) di infezione, ricovero in ospedale e decesso a 3 e 15 mesi dall’intervento, utilizzando modelli di Cox corretti per i confondenti disponibili. I due gruppi (pazienti trattati ovvero contattati dal Mmg e non contattati) non differiscono per genere e distribuzione per classe di età, prevalenza di patologie specifiche e indice di Charlson. I pazienti contattati hanno una maggiore propensione alla vaccinazione antinfluenzale e antipneumococcica e presentano una maggiore prevalenza di malattie croniche e un maggiore accesso a trattamenti farmacologici rispetto ai pazienti non contattati.
Durante la prima ondata (marzo-maggio 2020) i decessi tra gli anziani fragili contattati dai medici sono stati 905, nel gruppo dei non contattati i morti sono stati invece 3.450. Se poi si analizzano i decessi che in cartella clinica riportano come prima causa di morte l’infezione da Covid, tra i contattati sono 113 (12,5 per cento di tutte le cause di morte), tra i non contattati 887 (il 25,7 per cento). È soprattutto questo dato a mostrare quanto le persone fragili che non hanno avuto un rapporto (pur minimo e soltanto informativo) con un medico siano state colpite in proporzioni molto più massicce dall’infezione.
Conclusioni. I risultati di questo studio mostrano una riduzione di ospedalizzazioni e decessi e supportano la necessità di sviluppare, in caso di eventi correlati a epidemie o pandemie che producono esiti sfavorevoli sulla popolazione, modelli specifici di presa in carico basati su sistemi di stratificazione opportunamente adattati alla situazione, al fine di tutelare la salute della popolazione.