Le violenze contro gli operatori sanitari non sono più un fenomeno episodico ma una criticità strutturale del sistema sanitario. A confermarlo è la Relazione 2025 dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie (Onseps), che offre un quadro aggiornato delle aggressioni subite dal personale sanitario in Italia.I dati evidenziano che, sebbene il Pronto soccorso resti il contesto più esposto, anche la medicina territoriale non è immune dal problema. Studi medici e ambulatori stanno registrando un incremento degli episodi di violenza, segnale di una tensione crescente nel rapporto tra cittadini e servizi sanitari.
I numeri del fenomeno. Nel 2025 sono state segnalate a livello nazionale quasi 18.000 aggressioni, che hanno coinvolto oltre 23.000 operatori sanitari.
La quota più alta riguarda il personale infermieristico, che rappresenta il 55% delle vittime. I medici costituiscono il 16% degli operatori coinvolti.
Per quanto riguarda i luoghi delle aggressioni, l’ospedale resta l’area più critica, ma i dati del Ministero dell’interno indicano un trend in crescita anche nel territorio. In particolare, i reati di lesioni personali gravi negli studi medici sono passati da un solo caso registrato nel 2023 a 19 nel 2025. Un aumento si osserva anche negli ambulatori territoriali, dove i casi di lesioni gravi sono saliti da 35 a 105 nello stesso periodo.
Si tratta di numeri ancora limitati rispetto al contesto ospedaliero, ma che indicano un fenomeno in espansione anche nella medicina di prossimità.
Le nuove tutele legislative. Negli ultimi anni il legislatore è intervenuto per rafforzare la tutela del personale sanitario. Tra le principali novità normative introdotte tra il 2023 e il 2024 ci sono alcune misure rilevanti anche per i medici di medicina generale.
La prima riguarda la procedibilità d’ufficio: per il reato di lesioni personali ai danni di personale sanitario l’autorità giudiziaria può procedere anche senza querela da parte della vittima.
Sono state inoltre inasprite le pene per chi aggredisce operatori sanitari durante l’esercizio delle loro funzioni. Le lesioni personali sono punite con la reclusione da due a cinque anni, mentre per le lesioni gravissime la pena può arrivare fino a sedici anni.
Una novità significativa è l’introduzione dell’arresto in flagranza differita, previsto dal decreto legge 137 del 2024. Questa misura consente di procedere all’arresto dell’aggressore entro 48 ore dall’episodio anche sulla base di documentazione video, fotografica o informatica che provi in modo inequivocabile i fatti.
Il nodo della sottosegnalazione. Secondo l’Onseps, uno dei problemi principali resta la sottostima del fenomeno. Molti episodi di aggressione, soprattutto verbale, non vengono segnalati.
Tra le ragioni più frequenti emergono il timore di ritorsioni, il senso di impotenza e una progressiva “assuefazione” a comportamenti aggressivi da parte degli utenti.
La relazione sottolinea invece l’importanza della segnalazione sistematica degli episodi. Solo attraverso dati completi e aggiornati è infatti possibile costruire sistemi di prevenzione efficaci e attivare interventi organizzativi adeguati.
Formazione e gestione del conflitto. Accanto alle misure normative, cresce anche l’attenzione alla formazione. Nel 2025 l’offerta di corsi Ecm dedicati al tema della violenza contro gli operatori sanitari è più che raddoppiata. I programmi formativi non riguardano solo gli aspetti giuridici, ma puntano soprattutto allo sviluppo di competenze pratiche utili nella gestione delle situazioni di tensione.
Tra i principali contenuti dei corsi figurano il riconoscimento precoce dei segnali di aggressività, le tecniche di de-escalation del conflitto e il miglioramento delle strategie comunicative con pazienti e caregiver. In alcune regioni sono stati attivati percorsi specifici per i medici di medicina generale, con moduli dedicati alla sicurezza negli studi professionali e alla tutela sia fisica sia giuridica del professionista.
La relazione Onseps sottolinea infine che il contrasto alla violenza in sanità non può limitarsi agli interventi repressivi, ma richiede anche un cambiamento culturale.
Per la medicina territoriale la sicurezza passa attraverso una maggiore consapevolezza dei propri diritti, l’utilizzo degli strumenti di segnalazione disponibili presso Asl e Ordini professionali e una più forte integrazione delle politiche di prevenzione.
In questa prospettiva, la costruzione di una vera “cultura del rispetto” nei confronti dei professionisti sanitari rappresenta una delle sfide principali per il sistema sanitario nei prossimi anni.