Non solo calcio, vitamina D e ormoni sessuali: nel controllo della massa ossea intervengono anche cervello, ipofisi e sistema nervoso. A rilevarlo una review pubblicata sul Journal of Clinical Investigation, che potrebbe cambiare il modo in cui vengono interpretate l’osteoporosi e le malattie metaboliche dell’osso. Il punto cruciale è che la massa ossea è controllata anche da circuiti neuroendocrini e nervosi. In altre parole, lo scheletro riceve segnali dal cervello, dagli ormoni ipofisari e dai nervi che innervano l’osso, e questi segnali possono influenzare il delicato equilibrio tra formazione e riassorbimento osseo.
Alla pubblicazione ha partecipato un gruppo internazionale di esperti, tra cui il professor Andrea Giustina, presidente Gioseg, e il professor Mone Zaidi, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York.

Un cambio di paradigma?
“Per molti anni abbiamo considerato l’osteoporosi soprattutto come una conseguenza dell’invecchiamento, della carenza estrogenica o di alterazioni del metabolismo minerale. Oggi sappiamo che il quadro è più complesso: cervello, ipofisi, sistema nervoso e osso fanno parte di una rete integrata”, sottolinea Andrea Giustina, Professore Ordinario di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, Presidente Gioseg. “Questa visione non sostituisce i fattori di rischio già noti, ma li completa e aiuta a spiegare perché la fragilità scheletrica sia una condizione sistemica, da affrontare con un approccio sempre più personalizzato”.
“L’osso è sempre più chiaramente lo specchio del nostro benessere psicofisico e gli eventi fratturativi possono essere visti come il punto di rottura del nostro equilibrio fra mente e corpo”, aggiunge il Prof. Giustina. “Una frattura da fragilità deve sempre portare ad esami diagnostici e provvedimenti terapeutici adeguati anti-osteoporotici. Tuttavia, il nostro lavoro allarga la prospettiva alla necessità di approfondire i possibili meccanismi sistemici che hanno portato alla frattura, in modo da poter prevenire nella maniera più efficace possibili successive fratture”.

Relazioni fra osso e cervello
Il paper descrive due grandi sistemi di controllo della massa ossea.
Il primo è di tipo neuro-ormonale: alcuni ormoni ipofisari, come Fsh, Tsh, Gh, ossitocina e vasopressina, possono agire direttamente sulle cellule dell’osso, influenzando il lavoro di osteoblasti e osteoclasti.
Il secondo è di tipo nervoso: le fibre simpatiche, parasimpatiche e sensitive che raggiungono l’osso modulano il rimodellamento scheletrico attraverso segnali provenienti dal sistema nervoso centrale. Gli autori definiscono questi due sistemi come due “bracci” del controllo centrale dell’osso: uno legato alle variazioni dei livelli ormonali circolanti e l’altro alla frequenza dei segnali nervosi che raggiungono il tessuto osseo. Questa visione amplia il concetto classico di osteoporosi. Non si tratta solo di “ossa fragili”, ma di una condizione in cui possono convergere menopausa, invecchiamento, malattie endocrine, alterazioni metaboliche, infiammazione, farmaci, disturbi neurologici e cambiamenti nei segnali ormonali.

Ruolo emergente dell’Fsh
Uno degli aspetti più innovativi riguarda l’Fsh, l’ormone follicolo-stimolante. Tradizionalmente associato alla funzione riproduttiva, viene oggi studiato anche per il suo possibile ruolo diretto sulla perdita ossea. Secondo la review, la rapida riduzione della massa ossea che accompagna la transizione menopausale potrebbe non dipendere soltanto dal calo degli estrogeni, ma anche dall’aumento dell’Fsh. Gli autori ricordano che il rialzo dell’Fsh può iniziare già nella fase perimenopausale, quando gli estrogeni non sono ancora stabilmente ridotti, e che diversi studi osservazionali hanno associato livelli più elevati di Fsh a maggiore riassorbimento osseo, minore densità minerale e aumento del rischio di frattura.
Nel paper si ricorda che sono allo studio strategie sperimentali di blocco dell’Fsh, con potenziali applicazioni future nell’osteoporosi e in altre condizioni legate all’invecchiamento.

Tiroide, ipofisi e osso
Il lavoro richiama anche il ruolo di altre condizioni endocrine. Per esempio, livelli molto bassi di Tsh, come accade in alcune forme di ipertiroidismo o in specifiche terapie soppressive per i tumori della tiroide, possono contribuire alla perdita ossea e all’aumento del rischio di frattura. Gli autori ricordano che queste evidenze hanno già avuto ricadute cliniche: nei pazienti in terapia con ormoni tiroidei, la soppressione eccessiva del Tsh deve essere valutata con attenzione, salvo quando sia realmente necessaria, per esempio in alcuni casi di carcinoma tiroideo. Anche patologie ipofisarie come acromegalia, come dimostrato da Giustina nella recente review pubblicata sul New England Journal of Medicine, deficit di ormone della crescita e panipopituitarismo possono associarsi a fragilità scheletrica e richiedono un monitoraggio specifico della salute ossea.

In sintesi
Le ossa non dipendono solo da calcio e vitamina D, ma anche dai segnali che arrivano dal cervello, dagli ormoni e dal sistema nervoso. Questo non cambia le raccomandazioni fondamentali: alimentazione adeguata, attività fisica regolare, prevenzione delle cadute, diagnosi precoce, attenzione ai fattori di rischio e terapie quando indicate restano pilastri essenziali della prevenzione. Ma la nuova visione aiuta a spiegare perché l’osteoporosi sia una malattia complessa e spesso sottovalutata. La nuova frontiera è capire sempre meglio quali segnali, in quali pazienti e in quali fasi della vita, contribuiscano alla perdita ossea. Da qui potranno nascere strategie più precise, soprattutto per donne in menopausa, anziani, pazienti endocrinologici e persone con fragilità scheletrica non spiegata dai soli valori di densità minerale ossea.
“La sfida è passare da una visione dell’osteoporosi come semplice conseguenza dell’età a una visione più moderna, integrata e preventiva”, conclude il Prof Giustina “Il cervello, l’ipofisi e il sistema nervoso periferico non sono lontani dallo scheletro: ne fanno parte, attraverso una rete di segnali che oggi la ricerca sta iniziando a comprendere con sempre maggiore precisione”.