Il sistema dell’emergenza-urgenza italiano non è più autosufficiente. La fotografia scattata da Simeu (Società italiana di medicina di emergenza-urgenza) durante il Congresso nazionale di Napoli descrive una realtà dove la stabilità del personale è l'eccezione, non la regola: appena l’11% dei Ps italiani dispone di un organico medico strutturato capace di garantire il servizio senza integrazioni esterne.
Il restante 89% del sistema resta in piedi solo grazie a un mix di soluzioni precarie: prestazioni aggiuntive fornite dai dirigenti medici già in servizio o contratti libero-professionali stipulati a livello aziendale. Nonostante le circolari ministeriali, il 29% delle strutture continua inoltre a fare affidamento sulle agenzie di servizi (i cosiddetti medici "gettonisti"). Una fragilità che pesa su un volume di attività in costante aumento, con un incremento degli accessi che ha superato il 6% nel biennio 2023-2025.
L'ombra del boarding: 23 ore per un letto
La carenza di personale è solo una faccia della crisi. Per il 70% dei centri analizzati, il "boarding" - lo stazionamento forzato dei pazienti in barella dopo la decisione di ricovero - è un'emergenza quotidiana. In media, un paziente deve attendere circa 23 ore prima di essere trasferito in un reparto di area medica.
"Il boarding non è più accettabile, perché lede il diritto del cittadino all’accesso alle cure e danneggia il sistema stesso, essendo causa di abbandoni dall’emergenza-urgenza per un vero e proprio danno morale sugli operatori", ha spiegato Alessandro Riccardi, presidente di Simeu. "Qualsiasi soluzione deve essere intrapresa per evitare lo stazionamento in barella in Ps di malati destinati a un ricovero."
L'isolamento della rete territoriale
Il dato forse più allarmante riguarda il fallimento dei vasi comunicanti tra ospedale e territorio. Nonostante la riforma del Ssn punti sulla prossimità, il flusso di pazienti verso ospedali di comunità, Rsa o lungodegenze è quasi nullo: rappresenta appena lo 0,7% degli accessi totali.
La rete territoriale appare come una valvola di sfogo inesistente per il 64% dei Ps, dove il dialogo con i servizi esterni è saltuario o del tutto assente. Anche sul versante socio-assistenziale la cooperazione è efficace solo in un caso su due, lasciando l'altra metà delle strutture in una condizione di isolamento operativo che paralizza i flussi di dimissione e aggrava il sovraffollamento.
"L’integrazione tra Ps e strutture socio-assistenziali è il pilastro su cui deve reggersi il futuro del Ssn", ha concluso Riccardi. "Senza una reale continuità assistenziale, la pressione sulle aree di emergenza è destinata a diventare insostenibile."