- Fasce deboli: una quota enorme di cittadini anziani o fragili non possiede questi strumenti. Lo stesso vale per molti "caregiver" e badanti, essenziali nel telemonitoraggio quotidiano.
- Tempi e tecnologia: le attese per ottenere la Cie sono lunghissime e l'uso della Tessera sanitaria come chiave d'accesso richiede lettori di smart card che quasi nessuno ha in casa.
- Luoghi chiusi: nelle carceri, dove la telemedicina ridurrebbe i trasferimenti pericolosi, l'uso obbligatorio dello smartphone per l'identità digitale rende il servizio inapplicabile.
Ma la realtà è complessa:
- Fse poco usato: in molte regioni, meno della metà dei cittadini lo consulta. Molti pazienti rischiano quindi di non sapere dove recuperare l'esito di una visita.
- Mancanza di consensi: se il paziente non ha autorizzato preventivamente la consultazione del fascicolo, il medico non può vedere i dati, bloccando di fatto la continuità delle cure.
- Infrastrutture fragili: il sistema nazionale dei dati non è ancora pronto ovunque, creando "buchi" informativi che penalizzano il malato.
Per evitare che la telemedicina diventi un privilegio per pochi esperti digitali, la Società italiana di telemedicina propone
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Una fase di transizione: permettere un passaggio graduale alle nuove regole per dare tempo a pazienti e strutture di adeguarsi.
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Accesso facilitato: introdurre sistemi di sicurezza più semplici, come i codici temporanei (Otp) via Sms, ugualmente sicuri ma molto più facili da usare.
Archivi temporanei: consentire alle piattaforme regionali di conservare i documenti clinici almeno per una settimana, dando al paziente il tempo di scaricarli agevolmente.
La telemedicina deve essere uno strumento che accorcia le distanze, non una nuova barriera che divide i cittadini tra chi sa usare il computer e chi no, motivo per cui la Sit chiede un dialogo con le istituzioni.