Sulle Case della Salute e di Comunità c'è forse un'inaspettata corrispondenza "d'amorosi sensi" tra gli esponenti sindacali e professionali dei medici delle cure primarie e la cosiddettà 'base'. La bocciatura è unanime e a confermarla ci sono anche i risultati di un sondaggio effettuato dagli esponenti del Movimento Cinque Stelle verso i medici meneghini inerente la riforma Moratti, le cui risposte hanno travalicato i limiti territoriali, delineando i dubbi, sempre più coriacei sul fatto che le CdC possano essere la risposta appropriata all'esigenza di prossimità e capillarità dell'assistenza territoriale. Alle 5 domande inviate via email a 1.800 medici (tra cui 35 Mmg e pediatri di libera scelta del milanese) hanno risposto 1.693 medici. La metà delle risposte è stata contro l'istituzione delle case di comunità e degli ospedali di comunità e delle centrali operative territoriali che sono l'ossatura della riforma sanitaria lombarda. Sebbene in Lombardia la maggior parte delle nuove strutture sanitarie sono partite, per il 78% dei medici manca ancora il coinvolgimento dei protagonisti della sanità territoriale, non ci sono informazioni precise sul progetto stesso dei nuovi presidi territoriali e soprattutto su quale sarà il ruolo dei medici di famiglia dentro e fuori di essi. Un medico su 3 ritiene che l'impatto di queste realtà sul proprio lavoro sia negativo, il 56% di loro confessa che non è disponibile a trasferire il suo lavoro all'interno di queste strutture. Il 39% ipotizza che con la realizzazione delle CdC la Regione chiederà loro di diventare dipendenti.Sulla vaghezza che accompagna la realizzazione delle CdC si trovano concordi molti esponenti della sanità a livello nazionale e anche rappresentanti dei sindacati e delle Società scinetifiche della Medicina Generale. A tale riguardo va menzionato quanto dichiarato dal presidente della Simg, Claudio Cricelli, in una recente inrevista: "La vera debolezza di tutto l’impianto delle CdC è che abbiamo le risorse per costruire il palazzo, ma non quelle che servono per metterci dentro il personale e tutto quello che occorre per farlo funzionare. O si trovano i soldi oppure costruiremo solo cattedrali nel deserto. I medici di famiglia, in questo momento stanno badando a rispondere alle esigenze di persone che, anche per le criticità legate alla pandemia e all’invecchiamento della popolazione, hanno bisogno di un medico vicino, non di un medico che si allontana da loro e che non ha più il tempo necessario per l’assistenza domiciliare. Si tratta di una contraddizione che noi medici di famiglia denunciamo. Non siamo stati consultati né minimamente coinvolti. Si tratta dell’ennesima scelta, calata dall’alto, su cui non si è riflettuto, come si doveva, nella fretta di accedere a dei fondi, che rischiano di essere solo uno spreco”.