"Senza maggiori risorse la sanità pubblica rischia il fallimento". Questa volta non è un sindacato a lanciare l’allarme - sottolinea la Federazione Cimo-Fesmed in una nota stampa - ma le Regioni in un documento drammatico presentato al Ministro della Salute Orazio Schillaci e al Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti". “Se davvero il livello di finanziamento del Ssn – si legge infatti nel documento delle Regioni - per i prossimi anni dovrà assestarsi al 6% del Pil, prospettiva che le Regioni chiedono che venga assolutamente scongiurata, occorrerà allora adoperare un linguaggio di verità con i cittadini, affinché vengano ricalibrate al ribasso le loro aspettative nei confronti del Ssn. Saranno necessarie scelte dolorose, ma non più procrastinabili, al fine di evitare che le mancate scelte producano nel sistema iniquità ancora più gravi di quelle già presenti. Inutile rimarcare che se volessimo raggiungere i livelli del Regno Unito, occorrerebbero per il nostro Ssn circa 20 mld di euro in più l’anno; mentre per arrivare ai livelli di Germania e Francia ce ne vorrebbero addirittura più o meno 40”.
Per queste ragioni le Regioni hanno chiesto ai Ministri “l’apertura immediata di un tavolo lavoro che possa condividere entro e non oltre la fine del mese di aprile 2023 interventi urgenti e risolutivi di ordine finanziario e legislativo attraverso cui consentire alle regioni di non interrompere la programmazione sanitaria e di evitare la riduzione dei servizi sanitari e socio assistenziali”. Una proposta che è stata accettata dal ministro della Salute ma nel frattempo dal Mef hanno fatto sapere che nel breve termine non ci sono molti margini per nuove risorse.
"Sono anni che sosteniamo la necessità di aumentare i finanziamenti da destinare alla sanità, se si intende mantenere il Servizio sanitario nazionale pubblico e universalistico – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione Cimo-Fesmed-. Sono anni che chiediamo onestà nei confronti dei cittadini, se si intende privatizzarlo. Sono anni che proponiamo inascoltati quelle stesse misure che ora le Regioni reputano necessarie per salvare il salvabile. Non possiamo, allora, che condividere le richieste delle Regioni, soprattutto per quel che riguarda il tetto di spesa sul personale e la defiscalizzazione del salario accessorio. Considerando la marginalità dell’incremento economico previsto dal CCNL 2019-2021 per il quale sono in corso le trattative, è essenziale trovare risorse aggiuntive per valorizzare il personale. Così come è necessario applicare nelle Aziende i contratti conclusi a livello nazionale, cosa che invece in 8 casi su 10 non avviene, impedendo al personale la progressione di carriera".
"Riteniamo tuttavia – specifica il Presidente Cimo-Fesmed– che senza un intervento sul fondo sanitario nazionale il finanziamento non sarà mai sufficiente. L’attuale fondo indistinto, che finanzia tanto l’acquisto di una siringa quanto il rinnovo dei contratti del personale, porta infatti Regioni e Aziende ad utilizzare le risorse non sempre in modo appropriato".
"Basti pensare – aggiunge Quici – che tra il 2010 ed il 2020 l’accantonamento dell’esercizio è aumentato del 451%, o che solo nel 2020 i residui dei fondi ammontavano ad oltre 355 milioni, a causa della mancata attuazione dei contratti aziendali. O, ancora, che i costi per “beni e servizi” (in cui ad esempio rientrano i medici a gettone) sono aumentati a dismisura, mentre le voci che riguardano il personale sono bloccate, a causa del tetto sul costo del personale. È essenziale, allora, investire di più nel Servizio sanitario nazionale; ma è altrettanto fondamentale spendere le risorse a disposizione in modo appropriato".