La riforma della medicina territoriale entra in una fase decisiva. Dopo il via libera della Presidenza del Consiglio, Ministero della Salute e Regioni sembrano convergere su una strategia condivisa: approvare un "decreto snello" concentrato sulle misure considerate più urgenti per garantire la piena operatività delle Case di Comunità entro l’autunno, in linea con gli obiettivi del Pnrr e del Dm 77.
L’orientamento emerso nelle ultime interlocuzioni punta infatti a separare gli interventi immediati dalle riforme strutturali più complesse. Da una parte, un decreto-legge rapido per affrontare le criticità organizzative e la carenza di medici sul territorio; dall’altra, un percorso successivo destinato ai temi che richiedono modifiche ordinamentali più profonde, come la revisione della remunerazione dei medici di medicina generale o la trasformazione del percorso formativo in specializzazione universitaria.
Il provvedimento d’urgenza dovrebbe concentrarsi soprattutto su due pilastri. Il primo riguarda l’introduzione di un obbligo normativo - e non più soltanto contrattuale - per i Mmg convenzionati di svolgere una quota dell’attività professionale all’interno delle Case di Comunità. L’ipotesi attualmente sul tavolo prevede circa sei ore settimanali nelle strutture territoriali.
Il secondo punto riguarda il cosiddetto "doppio canale" di reclutamento. Rispetto all’impostazione iniziale attribuita al Ministero della Salute, che apriva in modo più ampio alla dipendenza, le Regioni avrebbero rafforzato il ruolo prioritario del sistema convenzionato. Il ricorso al rapporto di lavoro dipendente verrebbe infatti limitato alle aree carenti e agli incarichi che non trovano copertura attraverso il canale tradizionale della convenzione.
Per accelerare la copertura degli ambiti scoperti, le Regioni propongono inoltre di ampliare la platea dei professionisti reclutabili come dipendenti del Ssn. Oltre ai medici di medicina generale, potrebbero essere coinvolti specialisti in medicina interna, geriatria e medici di comunità.
Uno dei punti più delicati, quello relativo alla formazione universitaria in "Medicina generale, di comunità e cure primarie", sarebbe invece stato escluso. Il tema verrebbe affrontato successivamente con un provvedimento specifico o nell’ambito del prossimo Accordo collettivo nazionale 2025-2027.
Anche il capitolo economico resta sostanzialmente aperto. Pur confermando l’obiettivo di una remunerazione maggiormente legata agli obiettivi e ai risultati assistenziali, le Regioni avrebbero espresso perplessità sulla sostenibilità del principio di invarianza della spesa, considerato difficile da mantenere alla luce delle nuove funzioni richieste alla medicina territoriale.
Il testo in preparazione prevede inoltre il mantenimento del rapporto fiduciario tra medico e assistito anche per gli eventuali professionisti assunti come dipendenti, che verrebbero inseriti in modelli organizzativi multiprofessionali all’interno delle strutture territoriali.
Nonostante la convergenza politica tra Governo e Regioni, resta però alta la tensione con i sindacati della medicina generale. Le organizzazioni di categoria contestano il rischio di modifiche unilaterali dell’attuale assetto convenzionato e continuano a minacciare iniziative di mobilitazione e sciopero contro una riforma considerata troppo sbilanciata verso modelli organizzativi imposti dall’alto.