La richiesta delle Regioni di ritirare il Ddl governativo sulla riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale e ospedaliera rischia di complicare ulteriormente il già delicato confronto sulla riforma della Medicina generale e sull’attivazione delle Case di Comunità (CdC). A riportare il tema al centro del dibattito è stata la posizione espressa da Massimo Fabi, Coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e assessore alla Salute della Regione Emilia-Romagna, intervenuto in audizione al Senato sul Ddl in questione. Una presa di posizione che arriva mentre è ancora aperto il tavolo di confronto tra il ministro della Salute Orazio Schillaci, le Regioni e i sindacati dei medici di medicina generale sul futuro assetto organizzativo della Mg, sul ruolo dei Mmg nelle CdC e sulle possibili modifiche contrattuali della categoria.

Il punto che genera confusione. Il nodo è che negli ultimi mesi si sono sovrapposti più livelli di riforma sanitaria, tutti collegati tra loro, ma non sempre chiaramente distinti nel dibattito pubblico. Da una parte c’è il Ddl delega del Governo sul riordino del Ssn, approvato dal Consiglio dei ministri a gennaio, che contiene una revisione complessiva dell’assistenza territoriale e ospedaliera. Dall’altra c’è il confronto tecnico-politico già avviato sulla Medicina generale, nato dall’esigenza di rendere operative le CdC previste dal Pnrr e dal Dm 77. È proprio questa sovrapposizione che farebbe sorgere il dubbio che possano esistere “due riforme” separate. In realtà il tavolo sui Mmg rappresenta una parte del più ampio progetto di riorganizzazione del Ssn delineato dal Ddl delega. Nel confronto attualmente aperto con i sindacati si discute infatti di:
  • presenza dei medici nelle CdC;
  • nuovi modelli organizzativi territoriali;
  • integrazione multiprofessionale;
  • ridefinizione degli incarichi;
  • ipotesi di revisione del rapporto convenzionale;
  • possibile introduzione di forme di dipendenza, anche parziale o mista.
Temi che rientrano nella più ampia strategia governativa di rafforzamento dell’assistenza territoriale. Parallelamente però il Governo starebbe cercando di accelerare alcuni passaggi operativi attraverso decreti attuativi o accordi specifici, soprattutto per rispettare le scadenze del Pnrr sulla piena attivazione delle CdC. Ed è qui che si crea il cortocircuito politico e istituzionale.
La posizione delle Regioni. Le Regioni contestano soprattutto il metodo seguito dal Governo e il rischio di una centralizzazione eccessiva delle scelte organizzative sul Ssn. Secondo quanto emerso in audizione, Massimo Fabi, avrebbe motivato la richiesta di ritiro del Ddl con la necessità di riaprire un confronto istituzionale più ampio su governance, programmazione sanitaria e ruolo delle autonomie regionali nella gestione dell’assistenza territoriale.
Ma il tema tocca inevitabilmente anche la riforma della Medicina generale, perché l’intero impianto delle CdC si regge sulla ridefinizione del ruolo dei Mmg.
Il confronto con i sindacati resta infatti uno dei passaggi più delicati dell’intera riforma.
Le principali sigle della Medicina generale hanno già espresso forti perplessità su qualsiasi ipotesi di superamento dell’attuale rapporto convenzionale, pur con distinguo diversi tra le organizzazioni sindacali. Da settimane il dibattito ruota attorno a un punto centrale: come garantire la presenza strutturata dei medici nelle CdC senza trasformare radicalmente il modello professionale della Mg. Ed è proprio questo il terreno su cui si intrecciano:
  • esigenze organizzative del Pnrr;
  • sostenibilità del sistema territoriale;
  • carenza di medici;
  • rapporto fiduciario con i cittadini;
  • natura giuridica del rapporto di lavoro dei Mmg.
La richiesta delle Regioni non blocca automaticamente il tavolo con i sindacati, ma rischia di rallentare ulteriormente un percorso già complesso. Anche perché il Governo si trova stretto tra:
  • la necessità di rispettare i target europei del Pnrr;
  • le resistenze delle categorie professionali;
  • il confronto istituzionale con le Regioni;
  • la necessità di ridefinire il modello territoriale del Ssn.
Per questo, più che di due riforme diverse, oggi si dovrebbe parlare di un’unica grande partita sulla sanità territoriale, articolata però su più tavoli politici e tecnici che procedono in parallelo e con tempi non sempre allineati.
A.S.