Domenico Mantoan, durante il convegno ha anche delineato le caratteristiche che potrebbero avere le Case di Comunità: “La Casa di Comunità sarà una struttura dove il cittadino troverà la prima risposta ai suoi bisogni di salute. Dev’essere accessibile, di facile individuazione e con un’organizzazione che permetta la presa in carico. Abbiamo pensato ad una casa di comunità ogni 40-50mila abitanti”. Saranno un luogo fisico, aperto h24, 7giorni su 7, con i servizi di cure primarie erogati da equipe multidisciplinari, con un punto unico di accesso, un servizio di assistenza domiciliare di base, specialistica ambulatoriale per patologie ad elevata prevalenza, servizi infermieristici, servizio di prenotazione integrato a C.U.P. aziendale, partecipazione della comunità. “Per attivare questo modello – ha aggiunto Mantoan – c’è bisogno di un cambio dell’attuale accordo di convenzione per i medici di medicina generale, che rimarrà un medico convenzionato e con rapporto di un medico per 1500 assistiti e scelta fiduciaria, ma l’organizzazione del lavoro sarò affidata al distretto o all’azienda territoriale, non più al singolo medico di famiglia”. A tale proposito va infatti ricordato che Agenas ha appena presentato un documento in cui rivede l’organizzazione del distretto, detta le proporzioni “auree” tra casa ed ospedale di comunità e residenti, affida compiti specifici all’infermiere di famiglia, e sottolinea come le cure vadano offerte da équipe multidisciplinari.
"Nonostante le polemiche sorte nei primi mesi della pandemia sui numeri di posti letto in Italia - ha rilevato Alessandro Venturi, docente di diritto Amministrativo dell’Università di Pavia e membro del comitato strategico di Fondazione The Bridge - è emerso chiaramente che nel nostro paese pur a fronte di una delle spese sanitarie più basse d’Europa, l’assistenza è una delle migliori. Il punto su cui bisogna lavorare ora è la riforma delle cure primarie, di concerto con le Regioni”.
Sulle caratteristiche che dovrà avere il nuovo modello di assistenza territoriale, Alice Borghini, del Coordinamento Tecnico-scientifico di Agenas, e Luisa Brogonzoli, Responsabile Centro Studi Fondazione The Bridge, hanno presentato i risultati preliminari dello studio “Analisi comparata dei modelli organizzativi di Assistenza Primaria in Europa”, da cui è emersa chiaramente l’importanza di avere equipe multidisciplinari, il coinvolgimento della persona nel processo di cura e l’integrazione tra servizi e parte sociale. “Serve un nuovo assetto organizzativo nell’assistenza primaria – ha rilevato Borghini – che va riorganizzata tenendo conto dei bisogni salute e delle innovazioni tecnologiche. È fondamentale una governance attiva per governare tutti questi cambiamenti”.
“La riforma sanitaria del territorio deve necessariamente coinvolgere le città, che sono un luogo dove si possono sviluppare idee e buone pratiche. La Regione Lombardia ha già iniziato a rivedere il modello di Servizio Sanitario Regionale. Chiederemo alla Regione di andare avanti. La medicina territoriale è la risposta unica come ci ha insegnato il Covid e oggi, con dati e numeri alla mano, dimostriamo che la strada intrapresa è quella giusta. Il problema è che questa riforma prevede tanto capitale umano, quindi chiederemo al Governo di non avere più il numero chiuso per medici e infermieri. Possiamo costruire un bellissimo progetto, ma se non abbiamo le persone da mettere dentro non si può fare. Questo non è colpa delle regioni, ma del Governo centrale”, ha detto Rosaria Iardino, Presidente di Fondazione The Bridge, aprendo i lavori.