Diabete di tipo 1: scarsa consapevolezza e diagnosi tardive
La ricerca, condotta da Swg per Sanofi, ha mostrato infatti che solo poco più della metà degli italiani (53%) dichiara di sentirsi realmente informata sul diabete, mentre appena 1 persona su 10 riesce a distinguere correttamente il diabete di tipo 1 dal diabete di tipo 2.
I dati sono stati presentati in occasione dell’evento di Sanofi “Immunodiabetologia: una nuova era per il diabete di tipo 1”, tenutosi a Milano. Hanno preso parte all’evento: la Professoressa Raffaella Buzzetti per la Società Italiana di Diabetologia (Sid), il Professor Salvatore De Cosmo per l’Associazione Medici Diabetologi (Amd) e la Professoressa Malgorzata Wasniewska per la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (Siedp), Fabiano Marra per Diabete Italia e Francesca Ulivi per la Fondazione Italiana Diabete (Fid), il Professor Andrea Marcellusi, Università degli Studi di Milano e Ispor Italy - Rome Chapter.
Diagnosi troppo spesso in fase di emergenza
Uno degli aspetti più critici riguarda la tempistica della diagnosi. I sintomi del diabete di tipo 1 – tra cui sete intensa, aumento della minzione, perdita di peso e stanchezza marcata – compaiono generalmente quando la malattia è già in una fase avanzata, ovvero quando la produzione di insulina è ormai compromessa. Questo comporta che la diagnosi avviene spesso in condizioni di emergenza, talvolta in presenza di complicanze acute come la chetoacidosi diabetica, una condizione potenzialmente pericolosa che può richiedere ospedalizzazione e che può avere esiti fatali.
La situazione è complicata anche dal fatto che non c’è una consapevolezza, da parte delle persone, che questa sintomatologia può richiedere approfondimenti: una parte significativa della popolazione non è infatti in grado di riconoscere i segnali del diabete tipo 1, contribuendo a ritardare ulteriormente l’intervento. Secondo i dati Swg, infatti, 1 italiano su 4 non sa indicare alcun sintomo legato a questa patologia, mentre un ulteriore 27% tende a confonderne i sintomi specifici con manifestazioni non correlate.
Riconoscere la malattia tempestivamente
La possibilità di identificare la malattia nelle fasi iniziali, prima della comparsa dei sintomi, rappresenta oggi una delle principali sfide ma anche una delle più grandi opportunità per la comunità scientifica. Intercettare il diabete di tipo 1 in fase presintomatica significa infatti poter ridurre il rischio di esordi improvvisi e complicanze acute, migliorando il percorso di vita delle persone e delle loro famiglie. E in questo senso, per poter intervenire precocemente, la consapevolezza gioca un ruolo chiave, soprattutto per quanto riguarda i fattori di rischio per il diabete di tipo 1, che sono principalmente i seguenti:
• avere un familiare di primo grado, come un genitore, un fratello o una sorella o un figlio con il diabete di tipo 1;
• avere una malattia autoimmune (es. celiachia, tiroidite autoimmune) o una storia familiare di malattie autoimmuni;
• avere livelli di glucosio alterati (disglicemia).
Lo screening precoce consente di individuare i soggetti a rischio prima della comparsa dei sintomi, ma attualmente non è ancora diffuso come pratica routinaria. A partire dal 2024, in Italia è stato avviato il programma di screening pediatrico (legge 130/2023), che prevede un esame preventivo basato sul prelievo di poche gocce di sangue dal polpastrello, tramite le quali è possibile rilevare la presenza di autoanticorpi diretti contro le cellule beta, rilevabili prima della comparsa dei sintomi. Questo programma di screening include anche la possibilità di diagnosticare la celiachia.
L’evoluzione delle conoscenze scientifiche, insieme allo sviluppo di programmi di screening precoce e a una maggiore capacità di identificare i soggetti a rischio, apre così nuove prospettive anche sul piano della prevenzione e della gestione della malattia.
Conoscenze spesso distorte
Un mito da sfatare, ma ancora molto radicato (a riportarlo sono 3 italiani su 4), è quello di associare il diabete di tipo 1 all’età pediatrica, alimentando l’idea del cosiddetto “diabete dei bambini”, nonostante oggi sia noto che la malattia possa insorgere a qualsiasi età.
Allo stesso tempo, quasi la metà della popolazione continua a ritenere che il diabete di tipo 1 sia legato a una alimentazione scorretta, sovrappeso o stili di vita poco sani, confondendo così una patologia autoimmune complessa con altre forme di diabete.
Anche la percezione dell’impatto della patologia sulla vita quotidiana appare ancora fortemente condizionata da luoghi comuni. Oltre la metà degli italiani ritiene che una persona con diabete di tipo 1 non possa mangiare dolci o consumare alcolici, mentre quasi 1 italiano su 4 mette in dubbio la possibilità per una persona affetta da diabete di praticare attività sportiva agonistica. Parallelamente, una parte significativa della popolazione tende invece a sottovalutare le attenzioni necessarie per attività come guidare o affrontare viaggi in aereo, segno di una conoscenza ancora frammentaria e contraddittoria della malattia.