La riforma della medicina territoriale continua a ridefinire gli equilibri della sanità italiana, alimentando un dibattito sempre più serrato. Se da un lato i sindacati tradizionali temono lo svuotamento del ruolo convenzionato, dall'altro si consolida un fronte favorevole a una profonda riorganizzazione delle cure primarie, in linea con il Dm 77 e il modello delle Case di comunità.
In questo scenario si inserisce l'incontro a Montecitorio tra il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, e una delegazione composta da Società italiana di medicina di comunità e delle cure primarie (Simccp), Movimento Mmg per la dirigenza, Movimento Giotto e Alleanza per la riforma delle cure primarie.
Al centro del tavolo, il piano di riassetto del Ministero della salute – condiviso dalla Conferenza Stato-Regioni – che punta a superare la frammentazione assistenziale e a integrare i medici di medicina generale nelle Case della comunità. Secondo i promotori, l'attuale sistema sconta limiti strutturali non più sostenibili: carenza di personale, disparità regionali e la pressione di una popolazione sempre più anziana e affetta da cronicità. Diventa quindi fondamentale rendere operative le strutture previste dal Pnrr.
I nodi sul tavolo
Durante il colloquio sono state analizzate opportunità e criticità del provvedimento. Il focus si è concentrato su due temi caldi:
  • Formazione universitaria: l'istituzione della specializzazione in Medicina generale, di comunità e delle cure primarie, ritenuta decisiva per il ricambio generazionale.
  • Il "doppio canale": l'ipotesi di introdurre percorsi differenziati di ingresso nella professione, sul modello di altri Paesi europei.
Si tratta di punti che dividono la categoria tra i difensori dello status quo convenzionale e i sostenitori di una maggiore integrazione dei medici all'interno del Ssn.
La sponda istituzionale offerta da un esponente di primo piano di Forza Italia come Mulè dimostra come il dossier della Medicina generale sia ormai una priorità politica della legislatura sanitaria, superando i confini del dibattito puramente tecnico.
La partita resta aperta e complessa. La sfida sarà trovare una sintesi tra le richieste sindacali di autonomia e tutela del rapporto fiduciario con il paziente, e la necessità di non lasciare incompiuta la transizione territoriale tracciata dal Dm 77.
A.S.