La sanità italiana resta uno dei settori più vulnerabili a frodi, abusi e fenomeni corruttivi. Un fenomeno che, secondo la Fondazione Gimbe, non si limita ai grandi scandali o agli illeciti penali, ma comprende anche una vasta “area grigia” fatta di conflitti di interesse, pratiche opportunistiche e distorsioni amministrative che finiscono per erodere risorse pubbliche, compromettere l’equità di accesso alle cure e minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. È quanto emerge dal nuovo report dell’Osservatorio Gimbe “Frodi e abusi in sanità”, presentato nella sede dell’Autorità Nazionale Anticorruzione nell’ambito del protocollo di collaborazione tra i due enti.
Secondo i dati richiamati nel documento, nel 2023 circa il 25% del valore complessivo dei contratti pubblici italiani – pari a 70,5 miliardi di euro – ha riguardato il comparto sanitario: farmaci, dispositivi medici, tecnologie sanitarie, ma anche servizi come pulizie, ristorazione e vigilanza. Un’area che, per dimensioni economiche e complessità organizzativa, rappresenta il terreno più esposto ai fenomeni corruttivi.
“Questo dato – ha spiegato il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta – non consente di stimare con precisione il danno economico, ma indica chiaramente l’ampiezza dell’area di spesa pubblica più vulnerabile. È qui che servono più trasparenza, tracciabilità digitale, controlli tempestivi e accountability”.
Nel report Gimbe propone per la prima volta una tassonomia nazionale delle frodi e degli abusi in sanità, articolata in nove aree strategiche e 65 tipologie di fenomeni distorsivi. La classificazione include non solo reati e illeciti amministrativi, ma anche pratiche che, pur non configurando violazioni penalmente perseguibili, alterano il corretto funzionamento del Ssn.
Tra gli ambiti individuati figurano governance sanitaria, ricerca clinica, procurement, gestione del personale, distribuzione di farmaci e dispositivi, liste d’attesa, accreditamenti e gestione delle risorse finanziarie.
Secondo Gimbe, frodi e abusi non producono soltanto danni economici. Le evidenze scientifiche internazionali mostrano infatti correlazioni tra alti livelli di corruzione e peggioramento degli indicatori di salute, aumento delle diseguaglianze, riduzione dell’aspettativa di vita, minore accessibilità ai servizi e crescita della sfiducia verso il sistema sanitario.
“Quando una prestazione passa davanti non per bisogno clinico ma per denaro, relazioni o interessi – ha osservato Cartabellotta – si sovverte il principio fondamentale del Ssn: curare prima chi ne ha più bisogno”.
Nel documento si sottolinea inoltre come l’Italia disponga già di numerosi strumenti di controllo e prevenzione: procurement digitale, whistleblowing, Piano nazionale anticorruzione, attività di Anac, Nas, Guardia di finanza, Corte dei conti, Aifa e piattaforme di monitoraggio. Tuttavia permane una forte frammentazione dei sistemi informativi e manca, secondo Gimbe, una vera sorveglianza integrata dei rischi.
Tra le principali criticità vengono indicate l’eterogeneità territoriale dei controlli, le vulnerabilità negli appalti sanitari, l’insufficiente gestione dei conflitti di interesse e controlli spesso orientati a individuare il danno solo dopo che si è verificato.
Da qui la proposta di passare da un modello “reattivo” a uno preventivo, attraverso l’istituzione di un Osservatorio nazionale su frodi e abusi in sanità, l’integrazione dei flussi informativi, l’utilizzo di strumenti predittivi e di intelligenza artificiale, oltre al rafforzamento di audit interni e sistemi di accountability.
Nel corso della presentazione è intervenuto anche il presidente dell'autorità anticorruzione Giuseppe Busia, che ha ribadito il ruolo strategico della prevenzione. “La cattiva amministrazione – ha dichiarato – è il primo varco attraverso cui si insinuano infiltrazioni criminali, sprechi e distorsioni. Non solo reati, ma anche malagestione: anomalie negli appalti, favoritismi nelle nomine, opacità negli accreditamenti”.
Busia ha inoltre richiamato l’attenzione sui rischi legati ai contratti pubblici sanitari, alla gestione delle liste d’attesa, alle esternalizzazioni del personale e ai conflitti di interesse, indicando nella digitalizzazione e nella trasparenza due strumenti essenziali per garantire equità ed efficienza.
Il presidente Anac ha però anche invitato a evitare generalizzazioni: “Il nostro Ssn resta un modello di eccellenza riconosciuto a livello internazionale e non bisogna permettere che i comportamenti scorretti di pochi oscurino il lavoro della grande maggioranza dei professionisti sanitari”.