"I maggiori sforzi che Regioni e Aziende stanno chiedendo ai professionisti, che non vedono rispettati neppure i diritti elementari stabiliti dal contratto di lavoro, nei rari casi in cui viene applicato, dimostrano il ‘disprezzo’ nei confronti della categoria. Che quotidianamente deve fare i conti con la carenza di organici e con le carenze organizzative", scrive Di Silverio.
"Occorrono pertanto, altre misure urgenti che vanno concordate con gli operatori. Non si può pensare di risolvere un’emergenza sanitaria di questa portata con imposizioni o a costo zero né tanto meno serve demonizzare l'attività intramuraria, parcellare e residuale".
"Chiediamo pertanto - conclude Di Silverio - di aprire con urgenza un tavolo insieme a Regioni e parti sociali per trovare una soluzione condivisa e realmente utile, una strategia sinergica per il bene dei professionisti e dei cittadini".
Fimmg. Il tema delle liste d'attesa si intreccia con quello della medicina del territorio, che dovrebbe essere il primo filtro e migliorare l'appropriatezza delle prescrizioni, quindi il lavoro dei medici di base. "Con gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione il nostro intervento sulle liste d'attesa è quasi pari a zero, abbiamo armi spuntate" ha dichiarato all'Adnkronos Salute Pier Luigi Bartoletti, vice segretario nazionale vicario della Fimmg. "Chiariamo subito una cosa - tiene a sottolineare Bartoletti - un minino di d'attesa nel pubblico è fisiologico, quello che non si può accettare è che aspetti chi ha una diagnosi seria e che ha bisogno di esami. Nel sistema attuale c'è anche una domanda elevata di prestazioni e un'offerta non qualificata. Posso intervenire sulle liste d'attesa nel caso di malattie serie, ma allargare l'offerta significa aumentare la domanda e così il problema delle liste d'attesa diventa un cane che si morde la coda".
L'analisi del vice segretario nazionale vicario della Fimmg prende in considerazione gli ultimi 20 anni: "Quando non si è fatto nulla nella selezione della domanda di prestazioni sanitarie, non si sono sviluppati bene strumenti per poterla gestire e noi siamo stati relegati a mettere un crocetta sulla ricetta. C'è un grande problema organizzativo: gli ospedali non prendono in carico i pazienti che, dopo lo specialista, tornano di nuovo da noi dicendo 'il professore mi ha detto che serve la Tac, ma io la Tac non ce l'ho'".
Una soluzione ipotizzata da Bartoletti è quella di "ragionare in maniera ingegneristica e indirizzare le persone segmentando le domande, perché per il paziente sarà sempre tutto urgente e da fare nel minor tempo possibile. Ma per come stanno le cose oggi nel Lazio, non si fa neanche in tempo ad aumentare l'offerta che in un mese si satura tutto e siamo punto e a capo nella stessa condizione di prima".
"Il tema è che siamo rimasti solo nell'ambito di ipotesi, il progetto molto buono avviato durante il Covid, ad esempio nel Lazio con le Usmaf, i team di medici e infermieri che andavano a domicilio a visitare è stato cancellato - rimarca Bartoletti - Oggi l'accesso al Ssr è di fatto o il pronto soccorso o il Cup, la Medicina generale non può accedere alle prestazioni qualificate. A me non pare di avere grossi strumenti per intervenire sulle liste d'attesa. Serve davvero rivedere l'organizzazione del sistema, mettendosi tutti intorno ad un tavolo, creare un network tra professionisti, in cui il medico di medicina generale possa contattare direttamente uno specialista e chiedere di prendere in carico il paziente, in modo da facilitare percorsi, accertamenti e diagnosi precoci".