Dopo il danno della carenza di organico, arriva la stangata dei conguagli retroattivi. In Veneto si è aperta una complessa vertenza per i medici di medicina generale, costretti a restituire alle Usl le quote percepite negli ultimi otto anni per pazienti che, nei fatti, non erano più in carico perché trasferiti, irreperibili o residenti all'estero.La questione è emersa a seguito dell'allineamento tra l'Anagrafe unica regionale e l'Anagrafe nazionale assistiti. I controlli incrociati hanno evidenziato migliaia di "posizioni fantasma", dando il via a un recupero crediti che sta già pesando sulle buste paga dei camici bianchi di Verona, Padova e Belluno.
Le stime sindacali della Federazione medici territoriali (Fmt) e della Fimmg delineano un quadro economico pesante. Secondo le simulazioni di Fimmg Verona, nella sola provincia scaligera i 550 medici convenzionati dovranno restituire circa 550mila euro. Proiettando il calcolo su scala regionale, la cifra complessiva sfiora i 3 milioni di euro.
ll prelievo oscilla tra poche centinaia di euro per i colleghi più giovani e punte di 5.000-6.000 euro per i medici con maggiore anzianità di servizio.
Per i medici in attività, la decurtazione avviene direttamente dal compenso mensile (entro il limite del 20% del lordo). Per i pensionati, il recupero passerà invece attraverso ingiunzioni di pagamento. Il cuore del problema risiede nel mancato automatismo tra le anagrafi comunali e quelle sanitarie. "
Non è corretto agire senza un accordo", denuncia Claudio Salvatore, segretario di Fimmg Verona, sottolineando come i medici siano impossibilitati a procedere a cancellazioni d'ufficio senza motivazioni gravissime.
Sulla stessa linea Antonio Broggio, segretario di Fimmg Padova, che evidenzia un cortocircuito nazionale: in molte regioni non viene richiesta la disdetta del precedente medico al momento dell'iscrizione con il nuovo, permettendo paradossalmente a un utente di risultare assistito da due diversi professionisti contemporaneamente, entrambi remunerati dal Ssn. Per i rappresentanti di categoria, l'aspetto più amaro riguarda la natura del massimale. In un momento di emergenza per la carenza di personale, se i medici fossero stati informati in tempo reale della liberazione di quei posti, li avrebbero immediatamente messi a disposizione di altri cittadini in attesa. "Quei soldi li avremmo percepiti comunque", osserva Broggio, "perché i posti rimasti liberi sarebbero stati subito occupati, vista la richiesta cronica di cure primarie". Invece, i medici si ritrovano a subire un prelievo forzoso per un'inefficienza di comunicazione tra enti pubblici, sotto la lente della Corte dei conti che mira a riportare nelle casse pubbliche i contributi versati impropriamente.