La medicina territoriale italiana si trova nel pieno di una tempesta perfetta. Mentre alla Camera prosegue l’iter della proposta di legge Benigni (AC 2218), cresce parallelamente la tensione per i decreti attuativi del decreto del Ministro Schillaci. Il risultato è un’ondata di dissenso senza precedenti tra i Mmg.
Il sondaggio Smi: numeri di una crisi profonda. I primi dati della consultazione online lanciata dal Sindacato medici italiani (Smi) delineano un panorama di rottura quasi totale tra la categoria e le istituzioni:
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Pronti all'esodo. Il 77% dei professionisti è pronto a rassegnare le dimissioni dal Ssn qualora la riforma venisse approvata.
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Sentiment della base. Con oltre mille risposte già raccolte, la sfiducia verso la proposta di legge appare netta e consolidata.
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Richiesta di tutele. Il 43,1% dei medici chiede oggi il passaggio al rapporto di lavoro dipendente, segno che il sistema della convenzione, così come strutturato, non è più percepito come sostenibile.
Il dissenso si concentra su quello che molti definiscono il "filo rosso" tra la visione di Benigni e i piani di Schillaci: una riorganizzazione che punta tutto sulle strutture fisiche a scapito della capillarità.
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Ospedalizzazione del territorio. Si teme che la riforma trasformi il territorio in un "grande ospedale territorializzato", portando alla scomparsa degli ambulatori di quartiere e burocratizzando il rapporto medico-paziente.
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Hardware vs Software. Viene contestato l'investimento massiccio sull' "hardware" (le mura delle Case della comunità) a scapito del "software", ovvero il capitale umano dei medici.
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Autonomia a rischio. Molti Mmg leggono nei provvedimenti un tentativo di spingere verso una dipendenza "di fatto", imponendo obblighi orari e vincoli organizzativi senza però offrire le garanzie contrattuali tipiche del pubblico impiego.
Pina Onotri, segretario generale Smi, è categorica nel sottolineare che il punto centrale non è una formula ideologica, ma il bisogno urgente di uscire da un sistema che grava i medici di responsabilità crescenti in una condizione di isolamento. "Il modello contrattuale attuale non convince più", spiega Onotri, evidenziando come la categoria chieda oggi tutele analoghe a quelle della specialistica ambulatoriale.
Ignorare questa mobilitazione e procedere con una riforma calata dall'alto potrebbe rappresentare un rischio fatale per la tenuta della medicina territoriale. Se otto medici su dieci sono disposti a lasciare il sistema, il "peso politico" di questa protesta non può più essere ignorato: la corda è tesa al massimo e il rischio è che le nuove Case della comunità rimangano cattedrali nel deserto.