La riforma della Medicina generale continua a spaccare il fronte sindacale. Se lo Sindacato Medici Italiani sceglie la linea della protesta e annuncia una manifestazione nazionale il 28 maggio davanti al Ministero della Salute, lo Snami adotta invece un approccio più interlocutorio, definito dal proprio Comitato centrale "prudente ma costruttivo". Due posizioni diverse che però condividono alcune preoccupazioni di fondo sulla bozza di decreto-legge dedicata al riordino dell’assistenza primaria territoriale, della Medicina generale e della pediatria di libera scelta.
Lo Smi respinge apertamente alcuni dei cardini della proposta governativa. Nel mirino finiscono il ruolo unico, il debito orario e la possibilità di legare parte della retribuzione agli obiettivi. "Le riforme si fanno con i medici e non nonostante i medici", afferma il sindacato, contestando anche il ricorso a uno strumento d’urgenza per intervenire su un settore considerato strategico per il Ssn.
Secondo lo Smi, non possono essere scaricate sui medici di medicina generale le responsabilità relative ai ritardi nell’attuazione della Missione 6 del Pnrr da parte delle Regioni. Il sindacato teme inoltre che il nuovo impianto possa indebolire la figura del medico di famiglia e aprire la strada a una gestione delle cure primarie affidata ad altre specialità.
Accanto alle critiche, però, dallo Smi emergono anche alcune aperture. Lo Smi valuta positivamente la valorizzazione della medicina dei servizi nelle Case di Comunità, sostiene la trasformazione del corso di formazione specifica in una vera specializzazione universitaria e si dice favorevole alla dipendenza nelle Case di comunità, purché su base volontaria e mantenendo il ruolo di medico di cure primarie.
Più sfumata la posizione dello Snami. Il sindacato riconosce che il riordino dell’assistenza territoriale possa rappresentare un’occasione per rafforzare la Medicina generale e rendere operative le Case di comunità previste dal Dm 77. Tuttavia, avverte che la Convenzione deve restare il modello ordinario della Medicina generale e che il rapporto fiduciario tra medico e paziente non può essere sostituito da una logica basata su turni e prestazioni orarie.
Anche lo Snami guarda con cautela all’ipotesi di ricorrere alla dipendenza per coprire incarichi vacanti o funzioni territoriali non garantite. Secondo il Comitato centrale, questa possibilità dovrebbe restare residuale e straordinaria per evitare una progressiva "dipendentizzazione" della categoria.
Tra i punti più contestati vi è poi il ruolo unico dell’assistenza primaria. Per lo Snami, l’attuale impostazione rischia di trasformare il medico di famiglia in una figura indistinta, chiamata a coprire attività molto diverse tra loro in base alle esigenze organizzative delle aziende sanitarie. Da qui la richiesta di distinguere in modo netto la Medicina generale fondata sulla scelta fiduciaria del cittadino dalle attività orarie e dalle funzioni territoriali strutturate.
Positiva, invece, la valutazione sull’istituzione di una scuola di specializzazione nelle cure primarie, purché venga preservata la specificità professionale della Medicina generale. Restano però aperti, secondo il sindacato, numerosi nodi organizzativi ed economici, a partire dal rapporto tra Convenzione, dipendenza, continuità assistenziale e Case di comunità, fino alla quantificazione delle risorse necessarie per sostenere il nuovo modello territoriale.
Il confronto sulla riforma, dunque, entra ora in una fase decisiva. Pur con approcci differenti, i sindacati chiedono che il riassetto dell’assistenza primaria non comprometta il rapporto fiduciario tra medico e cittadino e che la riorganizzazione territoriale non si traduca in una semplice ridefinizione oraria del lavoro dei Mmg.