Dopo lo stop alla riforma i sindacati dei medici di famiglia rilanciano
Fimmg: "Riforma dannosa, voluta dalle Regioni per motivi di cassa. Il giudizio di Silvestro Scotti, segretario della Fimmg (Federazione medici territoriali), è netto: "La riforma sulla medicina generale avrebbe fatto saltare il Servizio sanitario nazionale. Non è una riforma del ministro Schillaci, ma delle Regioni, ed è fatta solo per motivi economici". Secondo la Fimmg, l'errore principale è stato quello di tentare una via legislativa unilaterale su temi che dovrebbero invece essere oggetto di contrattazione. "La riforma era la negazione della contrattazione, perché metteva le mani sulla convenzione dei medici di famiglia", incalza Scotti, avvertendo che l'impianto avrebbe aperto la strada a una pericolosa deregulation regionale. Lo stop non viene vissuto come una vittoria di categoria, ma come il trionfo del buon senso per evitare un errore metodologico: "La sanità territoriale non si rafforza passando sopra la testa di chi quella riforma deve attuarla ogni giorno". La proposta del sindacato è ora quella di ripartire dal negoziato per l'accordo 2025-27, integrando il ruolo dei medici nelle Case di comunità in modo rapido ed efficace.
Smi: "Prevalso il buon senso, ora riforme condivise e stop al ruolo unico. "Sulla stessa linea d'onda si posiziona lo Smi (Sindacato medici italiani). Il segretario generale Pina Onotri ringrazia i colleghi che si sono mobilitati, in particolare durante la manifestazione dello scorso 28 maggio, contribuendo a bloccare "provvedimenti calati dall’alto a suon di decreti legge".
"Una riforma non concertata con i professionisti avrebbe rischiato di desertificare ancora di più l’assistenza territoriale, con il pericolo di dimissioni massive del personale", sottolinea Onotri. Lo Smi ribadisce la totale apertura verso un cambiamento reale che tuteli sia i diritti dei cittadini che quelli dei camici bianchi, ma mette paletti chiarissimi per il futuro tavolo di confronto:
⦁ No al debito orario coatto dei Mmg (Medici di medicina generale) nelle Case di comunità.
⦁ No alla retribuzione per obiettivi e abolizione del Ruolo unico, considerato troppo rigido per i giusti equilibri tra vita e lavoro.
⦁ Sì al contratto a dipendenza ma su base volontaria e per i soli specialisti in medicina generale.
⦁ Sì alla tutela dei diritti fondamentali (ferie, maternità e infortuni) e alla valorizzazione della quota capitaria per salvare gli studi medici periferici.
Snami un un'occasione persa. Anche lo Snami esprime dure critiche sul rallentamento della proposta, evidenziando le occasioni mancate dalla politica. "L’imposizione di una riforma non è la strada giusta, ma si era finalmente avviato un confronto che sembrava costruttivo", commenta il tesoriere nazionale Simona Autunnali. "La politica ha perso l’ennesima possibilità per riformare la medicina generale; senza ascoltare i veri attori non otterremo mai un successo. Questo però non significa lasciare tutto immobile. La medicina generale ha bisogno di una riforma vera, concreta e condivisa con i professionisti".
Per lo Snami è prioritario superare definitivamente il modello del ruolo unico, colpevole di aver generato negli anni forti disparità e criticità organizzative, specialmente a danno dei giovani medici. Il sindacato propone di distinguere nettamente l’attività a ciclo di scelta da quella a quota oraria, ipotizzando per quest’ultima un contratto autonomo e dedicato, regolato sul modello della specialistica ambulatoriale.
Sulla questione delle Case di Comunità interviene il vicepresidente nazionale Snami, Fabrizio Valeri, ponendo precise condizioni: "Possono rappresentare un’opportunità soltanto se costruite senza snaturare il rapporto fiduciario tra medico e paziente e senza trasformare i medici di famiglia in semplici turnisti".
Centrale resta infine il tema della formazione, con la richiesta di introdurre la specializzazione universitaria in Medicina generale per garantirle pari dignità rispetto alle altre specialità mediche, attraverso un percorso accademico strutturato e orientato al territorio. "Non serve una riforma ideologica basata sulla dipendenza", conclude il segretario nazionale Orlando, "ma una riorganizzazione moderna della medicina generale che valorizzi i professionisti, renda attrattiva la professione per i giovani e garantisca ai cittadini un’assistenza territoriale efficiente e vicina ai bisogni reali della popolazione".
Fmt dice sì alla riforma della formazione. Anche la Federazione dei Medici Territoriali (Fmt) esprime soddisfazione per lo stop al progetto di riforma, in particolare per il mancato passaggio dei medici di famiglia alla dipendenza. Secondo il segretario nazionale Francesco Esposito, la scelta dell'esecutivo rappresenta il risultato di un'opposizione condivisa delle organizzazioni sindacali e consente di riaprire il confronto su basi diverse. Fmt invita tuttavia a recuperare alcuni contenuti della bozza governativa, a partire dalla trasformazione della Medicina generale in una specializzazione universitaria sul modello europeo e dal riconoscimento dell'equipollenza per i professionisti che già operano nel settore da almeno cinque anni. Misure che, secondo il sindacato, potrebbero contribuire a contrastare la carenza di personale. Sul fronte delle Case di Comunità, la federazione propone invece l'apertura di un nuovo confronto nell'ambito dell'Acn e suggerisce soluzioni immediate per garantire la presenza dei professionisti, tra cui il superamento delle incompatibilità per i medici pensionati e l'introduzione di modelli orari ispirati alla medicina dei servizi, in grado di offrire maggiori tutele ai giovani medici.
Mentre i sindacati invocano compatti l'apertura immediata di un percorso di ascolto istituzionale, la battuta d'arresto del decreto apre una grossa incognita sulla sorte delle Case di Comunità: la sfida sarà quella di trovare una sintesi condivisa tramite la contrattazione nazionale, l'unico strumento che i medici considerano legittimo per ridisegnare la sanità del futuro.