Si ferma la riforma della Medicina territoriale che avrebbe dovuto ridefinire il ruolo dei medici di famiglia nelle Case di Comunità e introdurre, per una parte dei professionisti, il passaggio al rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale. Lo stop arriva anche dopo le tensioni emerse all'interno della stessa maggioranza di centrodestra, dove alcune forze politiche avrebbero chiesto un passo indietro rispetto a una riforma considerata troppo divisiva. Secondo quanto riferito dall'Ansa, il decreto legge elaborato dal Ministero della Salute sarebbe stato ritirato. La decisione sarebbe stata comunicata dal capo di gabinetto del Ministero, Marco Mattei, agli assessori regionali alla sanità nel corso di un incontro tecnico. Il provvedimento, più volte anticipato nel dibattito politico ma mai formalmente presentato, era stato illustrato dal ministro Orazio Schillaci alla Conferenza delle Regioni e successivamente oggetto di una rielaborazione da parte delle amministrazioni regionali. Negli ultimi mesi aveva alimentato un forte confronto con le organizzazioni sindacali della Medicina generale, che avevano contestato sia il merito delle misure sia il mancato coinvolgimento della categoria nel percorso decisionale. Secondo le indiscrezioni, il governo sarebbe ora orientato ad abbandonare la strada del decreto per puntare su una soluzione condivisa. Le ipotesi sul tavolo comprenderebbero l'approvazione di un accordo attraverso un emendamento a un provvedimento governativo oppure l'inserimento delle nuove disposizioni nell'atto di indirizzo che dovrà guidare il rinnovo della convenzione della Medicina generale. La decisione ha creato delle frizioni con le Regioni. Particolarmente dura sarebbe stata la reazione della Lombardia, tra le Regioni che più avevano sostenuto la necessità di accelerare la riorganizzazione dell'assistenza territoriale. Secondo fonti regionali citate dall'Ansa, l'assessore al welfare Guido Bertolaso avrebbe lasciato il tavolo di confronto con il ministero annunciando le proprie dimissioni. Anche il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha espresso la propria disapprovazione: “Era una strada necessaria, nata dai bisogni di salute dei territori e nell'interesse dei cittadini, e l'avvio di quella che avrebbe potuto essere una grande riforma della sanità”, ha commentato, a margine della prima edizione della Giornata Internazionale del Gioco, il ritiro della proposta di riforma della medicina territoriale. “Si trattava di una proposta sottoscritta da numerosi governatori appartenenti a schieramenti diversi – ha aggiunto Fontana – che avrebbe consentito di realizzare una sanità ancora più vicina ai cittadini e ai territori. Per questo ritengo che la decisione di ritirarla sia stata quantomeno affrettata”. “Mi dispiace che condizionamenti di varia natura abbiano fatto venir meno l'opportunità di portare avanti una riforma utile per tutti e capace di rispondere in modo sempre più efficace ai bisogni di salute dei cittadini . Ora occorre ripartire   – ha concluso il presidente – e capire come garantire i servizi all'interno delle Case di Comunità, che continuo a ritenere uno strumento fondamentale per assicurare prestazioni e assistenza sul territorio, evitando quando possibile il ricorso agli ospedali”.
Le prime reazioni sindacali confermano però che il confronto sul futuro della Medicina generale resta aperto.
Fimmg ha accolto con favore l'ipotesi di una soluzione negoziale, sottolineando la disponibilità della categoria a contribuire al raggiungimento degli obiettivi del Pnrr legati alle Case di Comunità. Il sindacato ha escluso letture trionfalistiche della vicenda, chiedendo invece "responsabilità condivisa" tra Ministero, Regioni e professionisti per individuare rapidamente soluzioni sostenibili per cittadini e medici.
Più articolata la posizione dello Smi. La segretaria generale Pina Onotri ha giudicato positivamente lo stop a una riforma imposta per decreto, ma ha rilanciato alcune richieste considerate prioritarie dal sindacato: la revisione della legge Balduzzi, il superamento del ruolo unico, l'eliminazione del debito orario nelle Case di Comunità e una maggiore flessibilità contrattuale. Per lo Smi, i medici destinati a operare nelle Case di Comunità dovrebbero essere assunti come dipendenti oppure con formule contrattuali analoghe a quelle della specialistica ambulatoriale, escludendo però l'obbligo di un doppio ruolo tra studi professionali e strutture territoriali. 
Critiche sono arrivate anche dalle opposizioni. Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in Commissione Affari sociali della Camera, ha attribuito il ritiro del decreto alle divisioni interne alla maggioranza. Sulla stessa linea Annamaria Furlan di Italia Viva e Sandra Zampa, capogruppo Pd in Commissione Sanità del Senato, che hanno contestato il mancato coinvolgimento del Parlamento nel confronto sulla riforma.
La decisione apre ora una nuova fase negoziale sul futuro della Medicina generale. Resta infatti irrisolto il nodo centrale che ha accompagnato il dibattito degli ultimi mesi: come garantire la presenza dei Mmg nelle Case di Comunità previste dal Pnrr e assicurare la copertura assistenziale richiesta dalla riforma territoriale senza modificare radicalmente l'attuale assetto convenzionale della categoria.
Il confronto tornerà sul tavolo già nei prossimi giorni, ma il ritiro del decreto segna un passaggio politico rilevante: la riforma non scompare, cambia strada. E dovrà ora misurarsi con una trattativa che coinvolgerà governo, Regioni e rappresentanze della Medicina generale.


Anna Sgritto