Mentre il confronto sulla riforma della Medicina generale resta aperto, malgrado lo stallo del Decreto Schillaci, le Regioni sono chiamate a dare attuazione a uno dei pilastri del Dm 77: le Case di Comunità. A pochi mesi dalle scadenze previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, il tema non riguarda più soltanto la realizzazione delle strutture, ma soprattutto la disponibilità dei professionisti chiamati a garantirne il funzionamento per poter offrire una presa in carico completa dei cittadini attraverso la presenza coordinata di medici di medicina generale, infermieri, specialisti, punti unici di accesso e servizi territoriali.
Secondo i dati Agenas, il fabbisogno residuo delle CdC è stimato in oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno.
Le difficoltà infatti emergono in diverse realtà territoriali e riguardano sia la Medicina generale sia le altre figure coinvolte nell'assistenza di prossimità. In alcuni casi le Aziende sanitarie stanno sperimentando soluzioni organizzative transitorie per assicurare l'avvio delle attività, mentre prosegue il confronto con le organizzazioni sindacali e con le rappresentanze professionali.
Lazio, tensioni sull'organizzazione dei turni. Nel Lazio il confronto si è acceso attorno all'organizzazione dei turni dei Mmg nelle Case di Comunità della Asl Roma 3.
Secondo la Fimmg Lazio, l'assegnazione delle ore ai professionisti sarebbe avvenuta attraverso modalità giudicate non adeguate alla programmazione di un servizio sanitario complesso. L'Azienda sanitaria ha invece difeso la procedura adottata, spiegando di aver agito per garantire la coperura delle attività previste nelle nuove strutture territoriali.
Sulla questione si è mosso anche lo Smi Lazio. La Segreteria regionale del Sindacato medici italiani (Smi) ha inviato una lettera ai vertici della sanità della Regione Lazio, tra cui il Direttore Regionale Andrea Urbani e i Direttori Generali delle Asl, per denunciare il caos legato all'attivazione delle Case di Comunità.

I punti principali della denuncia:

  • Mancanza di regole uniformi: L'assenza di un Air (Accordo Integrativo Regionale) firmato sta spingendo le singole Asl e i vari distretti a muoversi in ordine sparso e senza una linea comune.

  • Pressioni sui medici di famiglia: Viene segnalato un atteggiamento vessatorio nei confronti dei Mmg (Medici di medicina generale), con minacce di chiusura degli studi, revoche della convenzione o trasferimenti forzati in Case di comunità lontane dal proprio territorio.

  • Procedure irregolari: In alcuni distretti si sta ricorrendo a sorteggi per assegnare le ore o per individuare i coordinatori delle Aft (Aggregazioni Funzionali Territoriali), dimostrando una palese violazione o ignoranza dell'Acn (Accordo Collettivo Nazionale) in vigore.

  • Inefficacia delle linee guida regionali: La nota esplicativa precedentemente emanata dalla Regione non è bastata a fare chiarezza né a frenare i comportamenti scorretti di alcuni direttori di distretto.

La richiesta. Il sindacato chiede un intervento deciso per fermare queste iniziative unilaterali e fare chiarezza. Pur ribadendo la massima disponibilità a collaborare, lo Smi esige il totale rispetto dell'Acn vigente e del nuovo accordo regionale attualmente in fase di elaborazione. 
La vicenda evidenzia una delle criticità che accompagnano questa fase di avvio: la necessità di conciliare la presenza dei medici nelle Case di Comunità con l'attività già svolta negli studi professionali e con gli altri impegni assistenziali previsti dall'organizzazione delle cure primarie.

Veneto, il confronto sull'impiego dei medici ospedalieri. In Veneto il dibattito si è sviluppato attorno all'ipotesi di utilizzare medici ospedalieri per garantire l'avvio delle attività nelle Case di Comunità.
La proposta ha incontrato l'opposizione della Cimo-Fesmed, che ha richiamato sia i limiti previsti dall'attuale quadro contrattuale sia le difficoltà già presenti negli ospedali, dove la carenza di personale continua a incidere sull'organizzazione dei servizi e sulla gestione delle liste d'attesa.
Per il sindacato della dirigenza medica, il potenziamento delle strutture territoriali non può avvenire sottraendo risorse professionali agli ospedali, ma richiede una programmazione specifica del personale destinato alle nuove attività assistenziali.
Il nodo degli accordi regionali. Le difficoltà registrate nelle diverse Regioni riportano l'attenzione su un tema comune: la definizione degli accordi necessari per tradurre sul territorio gli indirizzi nazionali.
In alcune realtà il confronto sugli Accordi integrativi regionali è ancora in corso e rappresenta un passaggio decisivo per chiarire modalità organizzative, impegni professionali e integrazione dei diversi operatori coinvolti nelle Case di Comunità.
L'attuazione della riforma territoriale si misura infatti non soltanto sulla realizzazione delle strutture, ma anche sulla capacità di costruire équipe multiprofessionali stabili e modelli organizzativi sostenibili nel tempo.
Le esperienze di Lazio e Veneto mostrano come la questione del personale stia diventando uno dei principali banchi di prova della riforma territoriale. La carenza di medici, infermieri e altri professionisti sanitari rappresenta una criticità che attraversa l'intero Servizio sanitario nazionale e che si riflette inevitabilmente anche sulle nuove strutture previste dal Pnrr.
Per le Regioni la sfida consiste oggi nel rispettare le scadenze del programma di investimenti e, allo stesso tempo, costruire assetti organizzativi in grado di garantire la continuità assistenziale. Un equilibrio non semplice, che richiede programmazione, accordi condivisi e una disponibilità di professionisti non sempre facile da reperire.
La realizzazione degli edifici procede infatti più rapidamente della definizione degli assetti professionali necessari a garantirne il funzionamento. È su questo terreno che si giocherà una parte decisiva della riforma dell'assistenza territoriale.