Il ritiro del progetto di riforma della Medicina generale non chiude il dibattito sul futuro delle cure territoriali. Al contrario, mette in evidenza visioni profondamente diverse sul ruolo dei medici di famiglia, sull'organizzazione delle Case di Comunità e sulle modalità con cui realizzare gli obiettivi del Pnrr.
Tra le organizzazioni sindacali della Medicina generale prevale la soddisfazione per l'accantonamento dell'ipotesi di un rapporto di dipendenza, ma non mancano le preoccupazioni per il rischio che tutto si traduca in un semplice rinvio delle riforme necessarie.
Snami invita a non considerare la vicenda una vittoria. Secondo il sindacato, se il risultato finale dovesse essere il mantenimento del ruolo unico accompagnato dall'obbligo generalizzato di presenza nelle Case di Comunità, senza una revisione complessiva del sistema, resterebbero irrisolti i principali nodi della professione. Tra questi, la mancata istituzione della specializzazione universitaria in Medicina generale, la carenza di professionisti e un'organizzazione giudicata sempre meno sostenibile.
Sulla stessa linea la Fmt, che accoglie positivamente lo stop alla dipendenza ritenendola incompatibile con il rapporto fiduciario tra medico e assistito, ma chiede al ministero di recuperare almeno una parte del percorso avviato, a partire dalla trasformazione dell'attuale corso di formazione in una vera specializzazione universitaria. Il sindacato richiama inoltre il rischio che molte Case di Comunità, soprattutto nelle aree più fragili del Paese, possano restare prive del personale necessario per garantire servizi effettivi.
Fimmg punta sul negoziato. Più articolata la posizione della Fimmg, che evita di leggere il ritiro della riforma come una vittoria sindacale e conferma la disponibilità a un accordo con le istituzioni. Intervenendo durante l'assemblea nazionale del sindacato, il segretario generale Silvestro Scotti ha ribadito la volontà di individuare soluzioni condivise per raggiungere gli obiettivi del Pnrr, ma ha anche sottolineato che le Case di Comunità non possono reggersi esclusivamente sulla presenza dei medici di famiglia. Secondo Scotti, il modello deve prevedere una reale integrazione multiprofessionale, con specialisti e altri professionisti sanitari in grado di garantire la presa in carico dei pazienti. Il leader della Fimmg ha inoltre ricordato che gli ultimi Accordi collettivi nazionali già consentono la presenza della medicina generale nelle Case di comunità e ha respinto la narrazione secondo cui tali strutture sarebbero prive del contributo dei medici di famiglia. Sul tema della carenza di professionisti, Scotti ha infine evidenziato come negli ultimi anni siano stati introdotti strumenti normativi per ampliare la capacità assistenziale dei medici in formazione e favorire la tenuta del sistema.
Valorizzare la professione. Anche Roberto Carlo Rossi, presidente dell'Ordine dei Medici di Milano e presidente Snami Lombardia, individua nella valorizzazione della medicina di prossimità la chiave per affrontare la crisi attuale. Secondo Rossi, il problema non risiede nel modello territoriale delineato dalla riforma del 1978, ma nel progressivo impoverimento della professione, aggravato da carichi burocratici crescenti, retribuzioni poco attrattive e una formazione ancora troppo orientata all'ambito ospedaliero.
Simccp: un'occasione persa.  Di segno opposto la posizione della Società italiana di medicina di comunità e delle cure primarie (Simccp), che considera il ritiro della riforma una sconfitta per il Servizio sanitario nazionale. Per la società scientifica, la crescente complessità dei bisogni assistenziali richiede una presenza medica più strutturata e integrata nelle reti territoriali. Senza un'evoluzione organizzativa della medicina generale, sostiene Simccp, strumenti come Case di Comunità, Centrali operative territoriali, telemedicina e percorsi di presa in carico rischiano di non raggiungere gli obiettivi per cui sono stati progettati.
Anaao: integrare ospedale e territorio. Anche dal fronte ospedaliero arrivano richieste di non archiviare il confronto. Anaao Assomed giudica lo stop alla riforma un'occasione per riaprire una discussione più ampia che coinvolga non solo i medici di famiglia, ma anche gli ospedalieri e i dirigenti sanitari. Secondo il sindacato, il tema non riguarda esclusivamente lo status professionale dei Mmg, bensì la costruzione di un modello capace di integrare realmente ospedale e territorio e di garantire continuità assistenziale ai pazienti.
Al di là delle differenti valutazioni, emerge un elemento condiviso: la consapevolezza che la crisi della medicina territoriale resta aperta. Carenza di professionisti, difficoltà di reclutamento, sostenibilità organizzativa delle Case di Comunità e formazione dei futuri medici di famiglia continuano a rappresentare questioni irrisolte. Dopo il ritiro della riforma, il confronto si sposta ora sul terreno della contrattazione e del dialogo istituzionale, chiamato a individuare un punto di equilibrio tra autonomia professionale, integrazione organizzativa e obiettivi di rafforzamento dell'assistenza territoriale.

Anna Sgritto