Oltre 400 medici di medicina generale della Lombardia – circa il 10% del totale regionale – hanno aderito in appena due giorni a un movimento spontaneo nato per contestare l'obbligo di presenza nelle Case della Comunità fino a sei ore settimanali. La protesta, formalizzata in una nota, evidenzia un dissenso crescente verso le modalità applicative del nuovo modello organizzativo territoriale.
Secondo i promotori della protesta, il vincolo orario rischia di tradursi in un paradosso: sguarnire l'assistenza di prossimità per riempire le nuove strutture. I medici denunciano il pericolo di un "progressivo indebolimento della figura del medico di famiglia e la possibile riduzione dell'attività negli ambulatori territoriali".
A pagare il prezzo più alto, si legge nel comunicato, potrebbero essere le aree rurali e montane, dove la chiusura o la riduzione d'orario delle sedi periferiche penalizzerebbe i pazienti più fragili e anziani.
Il documento solleva forti perplessità anche sulla filosofia che guida la riforma:
  • Target formali: C'è il timore che l'attuazione delle Cdc risponda più all'esigenza burocratica di raggiungere gli obiettivi legati ai finanziamenti del Pnrr che a un reale miglioramento dei flussi assistenziali.
  • Carico di lavoro: In un contesto già piagato dalla grave carenza di personale e da una burocrazia asfissiante, le sei ore obbligatorie vengono percepite come un ulteriore e insostenibile aggravio.
La richiesta: sì all'integrazione, ma su base volontaria. I medici del coordinamento spontaneo non rifiutano il confronto con la rete territoriale, ma chiedono un cambio di rotta netto sulla governance: la presenza nelle Case della Comunità deve avvenire esclusivamente "su base volontaria, nel rispetto dell'autonomia professionale e delle diverse esigenze organizzative dei territori", preservando quel rapporto fiduciario che resta il pilastro della Medicina generale.
Fonte Ansa