L’Istituto superiore di sanità ha ufficialmente adottato le prime linee guida nazionali per la diagnosi e il trattamento dell’obesità, segnando una svolta storica nella gestione di quella che è ormai definita una malattia cronica recidivante. Il documento, sviluppato dalla Società italiana dell'obesità attraverso il rigoroso metodo scientifico GRADE, non rappresenta solo un aggiornamento clinico, ma diventa il nuovo riferimento legale e deontologico per i professionisti sanitari nel nostro Paese.

 

La diagnosi si evolve

La prima grande novità riguarda il superamento dell'Indice di massa corporea (Bmi) come unico parametro diagnostico. Sebbene utile, il Bmi da solo non distingue tra massa grassa e muscolare. Per questo, le nuove direttive raccomandano caldamente che per i soggetti con un Bmi compreso tra 25 e 34,9 kg/m² la diagnosi sia integrata da almeno un altro indice antropometrico, come la circonferenza della vita o il rapporto vita-altezza. Questi parametri sono fondamentali per identificare il grasso viscerale, il vero responsabile delle complicanze metaboliche e cardiovascolari. Le linee guida sconsigliano invece l'uso routinario di dispositivi costosi come la DEXA per la misurazione della composizione corporea nella pratica clinica standard, riservandola a casi specifici come anziani o atleti.

 

Gerarchia delle cure: farmaci e chirurgia

Il cambio di paradigma più evidente riguarda l’approccio terapeutico, che viene ora stratificato in base alla gravità della patologia:

- obesità di classe I e II (Bmi 30-39,9): per la prima volta, i farmaci anti-obesità di nuova generazione, come semaglutide e tirzepatide, vengono indicati come opzione di prima linea in associazione alla terapia nutrizionale. La chirurgia bariatrica e le procedure endoscopiche, in queste fasce, passano in secondo piano, da considerare preferibilmente solo dopo il fallimento della terapia farmacologica. Le evidenze mostrano che molecole come semaglutide e tirzepatide non solo riducono il peso, ma hanno un impatto positivo diretto sulla mortalità e sulla remissione del diabete di tipo 2.

- obesità di Classe III (Bmi ≥ 40): per i casi più gravi, la chirurgia bariatrica rimane la scelta d'elezione per la sua comprovata capacità di indurre una perdita di peso significativa e duratura nel tempo.

 

Lo stile di vita: l'importanza dell'approccio cognitivo

Alla base di ogni trattamento resta la modifica dello stile di vita. Tuttavia, le linee guida sottolineano che non bastano semplici consigli dietetici: sono necessari interventi strutturati basati sulla terapia cognitivo-comportamentale. Questo approccio aiuta il paziente a sviluppare abilità pratiche per mantenere il peso nel tempo, agendo anche sugli aspetti emotivi della malattia.

Sul fronte nutrizionale, la dieta chetogenica non viene raccomandata come scelta routinaria rispetto a una dieta bilanciata o mediterranea, a causa della mancanza di prove di superiorità a lungo termine e delle difficoltà di adesione.

 

Benessere mentale e sfide di equità

Perdere peso non è solo una questione di salute fisica. Le evidenze raccolte indicano che una riduzione ponderale di almeno il 10% è associata a una significativa diminuzione del rischio di depressione e a un miglioramento della qualità della vita.

Nonostante l'entusiasmo per le nuove cure, resta un nodo critico: in Italia i farmaci anti-obesità non sono attualmente rimborsati, a differenza della chirurgia. Questo solleva seri dubbi di equità, poiché l'accesso alle terapie farmacologiche più efficaci resta legato alle possibilità economiche del singolo paziente, nonostante la loro provata efficacia e costo-opportunità per il sistema sanitario. (n.m.)

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