L'aumento della resistenza antimicrobica (Amr) è universalmente riconosciuto come una delle minacce più gravi per la salute globale, accelerata dall'uso inappropriato e dall'abuso di antibiotici. La maggior parte degli antibiotici viene prescritta nell'ambito delle cure primarie, prevalentemente per le infezioni del tratto respiratorio (Rti) acute, molte delle quali sono autolimitanti e spesso non richiedono terapia. Il costo economico e sanitario dell'Amr è stimato in miliardi di euro annui solo nell'Unione Europea, con proiezioni di 10 milioni di decessi all'anno a livello globale entro il 2050.
La misurazione della proteina C-reattiva (Pcr) si configura come uno strumento diagnostico cruciale in questo contesto, essendo un mezzo efficace e costo-efficiente per ridurre l'impiego non necessario di antibiotici, in particolare nelle Rti inferiori. La Pcr è un reagente di fase acuta, sintetizzato principalmente nel fegato in risposta a citochine infiammatorie, come l'interleuchina 6. In presenza di infezioni batteriche severe o traumi, le concentrazioni plasmatiche di Pcr, normalmente inferiori a 1 mg/L, possono aumentare fino a 1000 volte nel giro di pochi giorni, raggiungendo il picco in circa 48 ore.
La funzione principale del test della Pcr è quella di servire da biomarker prognostico, valutando la severità della risposta infiammatoria e la probabilità che un'infezione sia autolimitante, piuttosto che distinguere l'eziologia batterica da quella virale. L'accuratezza diagnostica del test nell'identificare infezioni batteriche è limitata se usato in isolamento. È fondamentale che il test sia integrato nell'anamnesi e nell'esame clinico per fornire un risultato oggettivo e ridurre l'incertezza diagnostica, che è un fattore maggiore nell'eccessiva prescrizione antibiotica.
L'efficacia della Pcr è dimostrata da revisioni sistematiche e studi randomizzati controllati, che hanno osservato una riduzione media del 23% nelle prescrizioni antibiotiche in pazienti con Rti acute assistiti nelle cure primarie, senza evidenziare effetti negativi sulla sicurezza dei pazienti o sugli esiti clinici. Questa riduzione è massimizzata quando il test è supportato da chiare linee guida interpretative e affiancato da strategie complementari, quali il potenziamento delle abilità comunicative e la prescrizione ritardata. La combinazione di test Pcr e formazione comunicativa ha portato a riduzioni assolute delle prescrizioni fino al 44%.
Per gli adulti con Rti inferiori senza malattia polmonare ostruttiva cronica (Bpco), le soglie di Pcr guidano l'azione clinica:
1. < 20 mg/L: presente nel 70–75% dei pazienti, indica un'infezione autolimitante e raccomanda fortemente di non prescrivere antibiotici.
2. > 100 mg/L: presente nel 3–5% dei pazienti, indica un alto rischio di infezione batterica severa; è raccomandato l'inizio della terapia antibiotica o il rinvio ospedaliero.
3. 20–100 mg/L (zona grigia): la decisione terapeutica dipende strettamente dal quadro clinico, dalle comorbilità rilevanti (come diabete o cardiopatie) e dalla valutazione del rischio di progressione, con un approccio conservativo per i pazienti a basso rischio.
Tuttavia, l'utilità del test è limitata per Rti specifiche come il comune raffreddore, l'otite media acuta o la faringite acuta. L'uso non appropriato o eccessivo (overtesting) può portare a una medicalizzazione non necessaria di infezioni autolimitanti e può persino essere associato a un aumento dell'uso inappropriato di antibiotici, suggerendo una relazione a U tra l'utilizzo del test e l'improprietà prescrittiva. L'implementazione diffusa richiede quindi un supporto rigoroso con chiare linee guida per evitare un utilizzo al di fuori delle raccomandazioni cliniche stabilite.
Bibliografia
Llor C. C-reactive protein point-of-care testing to guide antibiotic prescribing for respiratory tract infections, Exp Rev Resp Med 2025; 19: 863-877. DOI: 10.1080/17476348.2025.2510378
Intervista
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Cristina Tassorelli
Professore Ordinario di Neurologia
Università degli studi di Pavia