Una riforma ambiziosa nelle premesse, ma potenzialmente paralizzante nell'esecuzione. È questo il verdetto espresso dal presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta durante l'audizione in decima Commissione al Senato. Al centro della critica, il disegno di legge delega per la riorganizzazione del Ssn, colpevole di voler ridisegnare la sanità italiana senza prevedere i necessari stanziamenti finanziari. 
Il punto più critico riguarda la "clausola di invarianza finanziaria". Nonostante gli obiettivi di potenziamento del territorio, il Ddl non prevede investimenti aggiuntivi, fatta eccezione per un fondo di 30 milioni di euro destinato esclusivamente alla sperimentazione degli ospedali di terzo livello. Delle misure previste, ben nove sono classificate "senza maggiori oneri", incluso il fondamentale riordino della disciplina dei medici di medicina generale (Mmg) e dei pediatri di libera scelta (Pls). Gimbe avverte che tali interventi finiranno per gravare inevitabilmente sui bilanci regionali già in sofferenza, rendendo gli obiettivi della riforma difficilmente raggiungibili.
Per i professionisti delle cure primarie, il DdL appare particolarmente vago. Se da un lato si parla di integrazione ospedale-territorio, dall'altro il testo non chiarisce come intenda aumentare l'attrattività della Medicina generale o come integrare concretamente queste figure nell'organizzazione dei servizi territoriali. L'analisi della Fondazione Gimbe evidenzia tre "buchi" neri:
  1. Vaghezza normativa. Il testo manca di leve strutturali per sostenere il ruolo di Mmg e Pls.
  2. L’assenza della prevenzione. Paradossalmente, in una riforma che dovrebbe puntare sulla prossimità, il termine "prevenzione" non compare mai nel testo.
  3. Diritti inesigibili: Senza fondi per il personale, il potenziamento di ambiti come la salute mentale o le cure palliative rischia di rimanere una dichiarazione d'intenti, legittimando la mancata esigibilità dei Lea.
Un altro segnale preoccupante per le cure primarie è lo sbilanciamento verso l'assistenza ospedaliera. La riforma introduce i cosiddetti "ospedali elettivi" (strutture prevalentemente private convenzionate per interventi programmati) e rafforza gli ospedali di terzo livello. Questo impianto non solo consolida un modello ospedalo-centrico, ma apre spazi alla sanità privata: gli ospedali elettivi potrebbero infatti "selezionare" i casi meno complessi, scaricando i rischi clinici e i costi delle complicanze sulle strutture pubbliche, aumentando la frammentarietà dei percorsi di cura.
Rispondendo ai dubbi sollevati dal provvedimento, Gimbe pone interrogativi urgenti: come si può garantire l'effettività della tutela della salute senza risorse per il personale? Come può il territorio essere centrale se la prevenzione è assente?
Il rischio concreto è quello di una "delega sospesa", che aumenti le diseguaglianze regionali e favorisca la mobilità sanitaria verso i poli ospedalieri privati a scapito della capillarità delle cure primarie.
Per queste ragioni, la Fondazione Gimbe chiede il ritiro del DdL e l’apertura di un confronto ampio che rimetta al centro i princìpi di universalità e uguaglianza della Legge 833/78, garantendo risorse certe per rendere i diritti realmente esigibili dai cittadini.
 
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