Davanti alla decima Commissione del Senato la Fondazione Gimbe ha lanciato un forte monito sul nuovo DdL delega per la riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale. Per i medici impegnati nelle cure primarie, il quadro che emerge è quello di una riforma ambiziosa nelle premesse, ma potenzialmente paralizzante nell'esecuzione, caratterizzata da un’allarmante carenza di risorse e da una visione che rischia di marginalizzare ulteriormente il territorio. La prevenzione è assente dal testo e si rischia una deriva "ospedalo-centrica" a favore del privato. Il riordino senza investimenti strutturali minaccia di paralizzare l'assistenza primaria e rendere inesigibili i Lea.

Da gennaio 2026 a oggi sono già centinaia i cittadini che denunciano agende chiuse e prestazioni sanitarie  troppo distanti da casa, anche per le urgenze. Il fenomeno, che storicamente affliggeva alcune aree del Paese, si sta progressivamente estendendo anche alle regioni tradizionalmente considerate più virtuose. La segretaria generale di Cittadinanzattiva Anna Lisa Mandorino punta sulla futura Piattaforma nazionale attesa per giugno, ma avverte: "Senza una reale collaborazione tra Stato e Regioni le disuguaglianze diventeranno incontrollabili".

Con il primo via libera della Camera al decreto 19/2026, la riforma dell'assistenza primaria compie un passo decisivo. Il provvedimento introduce l'estensione dell'attività convenzionale fino a 72 anni e il debutto del telemonitoraggio per le cure oncologiche domiciliari. Previste inoltre procedure semplificate per la gestione di disabilità e cronicità, insieme a nuovi obblighi di trasparenza per i fondi integrativi.

Uno schema di decreto del Ministero della Salute, attuativo del Pnrr e prossimo all'esame della Stato-Regioni, istituisce il nuovo sistema di monitoraggio Siper. Dal 2027, la medicina convenzionata finirà sotto la lente nazionale con una mappatura capillare delle ore lavorate e delle attività territoriali: un flusso di dati granulari che vincolerà i finanziamenti regionali e definirà i futuri fabbisogni di personale.

L'Italia tocca il record di 83,4 anni di speranza di vita, ma i recenti dati Istat evidenziano un Paese spaccato tra progressi storici e nuove disuguaglianze. Il recente rapporto Ocde "Le traiettorie future della spesa per l’assistenza a lungo termine nei Paesi Ocse" fa da contraltare: il peso della cronicità e la gestione di 13 milioni di pazienti con multimorbilità metteranno a dura prova la tenuta dei sistemi sanitari nazionali, rendendo la salute una conquista sempre più legata al "codice postale".