Dal 20 al 23 maggio al MiCo di Milano, torna il grande evento dedicato alla longevità. Il ‘Milan Longevity Summit’ quest’anno pone al centro un tema particolarmente attuale, quello di “One Health”: la longevità vista non più e non solo come “vivere a lungo” ma come un concetto molto più ampio, che attraversa settori, sistemi e generazioni, con una visione integrata che mette in relazione la salute umana, con quella ambientale ed economica.

È tutto interconnesso
Il punto di partenza è l’osservazione che fino all’80% delle malattie croniche premature è prevenibile intervenendo su alimentazione, ambiente, città e politiche sociali. In questo contesto la longevità è determinata dalla salute di tutti i sistemi connessi in cui le persone sono immerse. Fattori legati all’alimentazione e all’ambiente sono infatti responsabili di milioni di decessi ogni anno e incidono in maniera importante sull’aspettativa di vita globale. Non solo: si stima che le malattie croniche legate ad ambiente e stili di vita potrebbero generare un impatto economico superiore ai 47mila miliardi di dollari entro il 2030.
Il concetto di “One Health” al centro del Milan Longevity Summit 2026, si traduce in un ecosistema capace di unire scienza, imprese e istituzioni e di creare opportunità concrete per start-up, aziende e centri di ricerca. Il nuovo format si sviluppa lungo quattro giornate e dodici settori interconnessi, organizzati in quattro grandi palchi tematici, per raccontare la longevità non solo come dato anagrafico, ma come prosperità sostenibile in tutte le dimensioni: Longevity – Sciences and Research; Prosperity – Policy & Investment; Vitality – Market & Industry; e Humanity – People & Society.
Il cuore del Summit sarà l’Allianz MiCo di Milano, uno spazio di dialogo strutturato, tra sistemi e stakeholder diversi, con l’obiettivo di promuovere una trasformazione coordinata e continua. Il programma articolato tra conferenze, incontri e iniziative, rafforza la vocazione internazionale dell’evento. Si alterneranno keynote e vision talk di Premi Nobel, Ceo e protagonisti del mondo della ricerca e dell’economia internazionale, a sessioni dedicate all’innovazione, con il coinvolgimento di startup e nuovi attori emergenti.

Scienza e salute
Il palinsesto medico-scientifico ospiterà protagonisti della ricerca medico-scientifica internazionale per confrontarsi sulle nuove frontiere della longevità, della prevenzione e dei sistemi sanitari: tra questi, Thomas Südhof, premio Nobel per la Medicina 2013; David Furman, professore associato e direttore del Buck Institute; Guido Kroemer, direttore delle piattaforme di metabolomica e biologia cellulare presso il Gustave Roussy; Jay Olshansky, professore presso la Scuola di Sanità Pubblica dell'Università dell'Illinois a Chicago.

Un incontro tra aziende
Il programma B2B riunisce imprese, investitori e organizzazioni impegnati nella trasformazione dei modelli economici e produttivi, con un focus sul ruolo del capitale e delle politiche pubbliche nella costruzione di sistemi più resilienti, inclusivi e orientati alla prevenzione. Tra i protagonisti John Fullerton, Ceo del Capital Institute; Sally Uren, Presidente di Forum for the Future; Stephen Ritz, fondatore di Green Bronx Machine; Daniela Ibarra-Howell, Ceo e co-founder del Savory Institute; Susana Muhamad, ex Ministra dell’Ambiente e dello Sviluppo Sostenibile della Colombia ed ex Presidente della Cop16 e Carlo Ratti, Professor and Director di Senseable City Lab.
Sessioni di business matching e co-creazione favoriranno partnership tra corporate, investitori e istituzioni, con il coinvolgimento di attori del private capital come Hirander Misra e Peter Kash e di startup e scaleup attive nei campi della salute preventiva, delle biotecnologie, dell’intelligenza artificiale e dei sistemi alimentari. L’innovazione emerge così come leva chiave per integrare dati, capitale e modelli operativi, abilitando sistemi più resilienti e orientati al lungo periodo.

Accanto al programma scientifico e B2B, il Summit coinvolgerà direttamente la cittadinanza con un palinsesto diffuso di iniziative in città, grazie alle Longevity Houses, installazioni immersive e progetti pensati per avvicinare il pubblico ai temi della salute e del benessere.

Nel più ampio dibattito internazionale sulla longevità si inserisce la seconda edizione del Vatican Longevity Summit, in programma a Roma il 25 e 26 maggio, organizzato e promosso dall’Istituto internazionale di neurobioetica (Iinbe) in collaborazione con BrainCircle Italia e con il patrocinio della Pontificia Accademia per la Vita. Un appuntamento scientifico e accademico che mette in dialogo le più avanzate ricerche biomediche con una riflessione etica e istituzionale.

“La longevità non è solo una questione di scienza, ma di accesso. Oggi la conoscenza è una delle infrastrutture più potenti che abbiamo: democratizzarla significa restituire alle persone la capacità di comprendere, scegliere e agire. In un momento di trasformazione così profonda, il vero tema non è vivere più a lungo, ma ridisegnare i sistemi che rendono possibile vivere meglio. Il Milan Longevity Summit nasce esattamente per questo”, afferma Sharon Cittone, Ceo & Executive Director del Milan Longevity Summit.

“La longevità non è più una prospettiva lontana, ma una frontiera scientifica in piena trasformazione. I progressi nella biologia dell’invecchiamento e nella medicina rigenerativa stanno ridefinendo in modo concreto i confini della salute umana. In questo contesto, il Milan Longevity Summit si propone come un punto di convergenza tra i principali esperti internazionali: uno spazio di confronto per condividere le evidenze più aggiornate, mettere alla prova i paradigmi consolidati e tracciare nuove traiettorie per il progredire della scienza della longevità”, afferma il Professor Alberto Beretta, Presidente del Comitato scientifico del Milan Longevity Summit e Presidente della Fondazione SoLongevity.

Il Milan Longevity Summit, nato nel 2024 dall’impegno di BrainCircle Italia, Fondazione SoLongevity e Fondazione Aeon, rinnova con questa nuova edizione la propria visione in ottica One Health. L’obiettivo non è solo riunire esperti, ma contribuire a ridisegnare una nuova roadmap della longevità.
Le due precedenti edizioni hanno coinvolto migliaia di partecipanti, enti di ricerca, imprese e istituzioni – con oltre 80 Longevity Labs aperti al pubblico e più di 8mila presenze.

In occasione della Giornata mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, non sono da dimenticare le criticità legate alle allergie respiratorie, come tema sempre più rilevante non solo sul piano clinico, ma anche in relazione alla sicurezza e alla performance nei contesti professionali. Queste sono infatti spesso legate a una costellazione di disturbi che riguardano la stanchezza, la difficoltà di concentrazione, i disturbi del sonno, che si ripercuotono sulle attività quotidiane a volte in maniera importante.

Una questione diffusa e sottovalutata
Le allergie respiratorie interessano in Italia circa il 20% della popolazione – oltre 12 milioni di persone. Si tratta di patologie croniche ad alta prevalenza, in progressivo aumento. A livello globale si stima che siano circa 600 milioni le persone coinvolte, mentre in Europa il costo complessivo, tra impatto sanitario ed economico, raggiunge i 30-50 miliardi di euro all’anno.
Nonostante questi dati, le allergie respiratorie risultano ancora oggi sottodiagnosticate e frequentemente gestite in modo non appropriato: solo una quota limitata di pazienti accede a un percorso diagnostico, mentre circa il 50% non assume alcuna terapia o la utilizza in modo discontinuo.
“Le allergie respiratorie rappresentano una condizione clinica ad alta prevalenza e ancora oggi ampiamente sottovalutata o gestita senza una reale consapevolezza, con un impatto significativo sulla qualità della vita, privata e professionale - osserva Mario Di Gioacchino, Past President Siaaic - Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca ha portato allo sviluppo di opzioni terapeutiche più evolute, come gli antistaminici di ultima generazione, caratterizzati da una sostenuta attività farmacologica, con ridotta interazione a livello del sistema nervoso centrale. Questo consente di controllare efficacemente i sintomi limitando effetti collaterali clinicamente rilevanti, come la sedazione, e preservando i livelli di vigilanza. In questo scenario, diventa fondamentale promuovere un approccio basato su una diagnosi corretta sostenuta da metodiche up-to-date e una scelta terapeutica che miri non solo al sintomo ma che prenda in considerazione il paziente nella sua globalità.”

Non solo disturbi respiratori
Accanto alla dimensione clinica, emerge con sempre maggiore evidenza il legame tra allergie respiratorie e funzione cognitiva. I dati indicano che fino al 61% dei pazienti presenta disturbi del sonno, con conseguente impatto su attenzione, tempi di reazione e performance nelle attività quotidiane. La riduzione della vigilanza rappresenta un elemento chiave, in quanto può essere determinata sia dalla sintomatologia allergica non trattata sia da alcune sostanze farmacologiche associate a effetti sedativi, configurando un potenziale fattore di rischio nei contesti lavorativi e nelle attività che richiedono elevata concentrazione.
“Molti pazienti con allergie respiratorie non seguono un percorso diagnostico e terapeutico adeguato, con ricadute rilevanti sulla qualità del sonno e la capacità di concentrazione - sottolinea Sandra Frateiacci, Vicepresidente FederAsma e Allergie - È importante considerare che la riduzione della vigilanza può essere determinata sia dalla patologia sia da alcuni trattamenti con effetti sedativi di cui non tutti sono sempre consapevoli. Rafforzare il dialogo tra pazienti e professionisti della salute è fondamentale per promuovere scelte terapeutiche più consapevoli così come rendere l’informazione sugli effetti sedativi dei farmaci più accessibile. In questo senso abbiamo lanciato un’iniziativa di raccolta firme che chiede l’introduzione di un pittogramma sulle confezioni per segnalare in modo chiaro eventuali effetti sulla capacità di attenzione e di guida.”

Ruolo dell’automedicazione
Nel percorso di cura, in particolare nei pazienti con sintomatologia lieve o moderata, il ricorso all’automedicazione rappresenta una componente rilevante.
“Abbiamo voluto accendere i riflettori su un tema che riguarda non solo la salute, ma anche la sicurezza sul lavoro - afferma Furio Truzzi, Presidente Consumers’ Forum - L’obiettivo è rafforzare l’attenzione su un corretto utilizzo dei farmaci e sull’impatto delle allergie respiratorie, in particolare nei contesti professionali che richiedono elevati livelli di attenzione come la guida dei mezzi e la conduzione di impianti particolarmente rischiosi, il lavoro in quota. In questo ambito, è stato presentato un documento, che propone anche strumenti concreti di informazione per il cittadino, come l’introduzione di pittogrammi sulle confezioni dei farmaci che segnalino eventuali effetti sulla vigilanza, per favorire scelte più consapevoli e contribuire alla riduzione dei rischi. Confidiamo ora in adesioni non formali di imprese e istituzioni al nostro lavoro e in particolare a una rinnovata attenzione del Parlamento e del Governo a un miglioramento del quadro legislativo e normativo.”

Un documento sulla sicurezza
È proprio con questo obiettivo che nella Giornata mondiale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, con il patrocinio di Inps, Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza, Federfarma e Fenagifar, è stato presentato il documento “Allergie respiratorie e attenzione: strategie per ridurre i rischi invisibili” realizzato grazie alla collaborazione tra Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic), Associazione Nazionale Medici del Lavoro e Competenti (Anma), FederAsma e Allergie, Consumers’ Forum, clinici, ed esperti di INAIL per favorire un cambio di prospettiva: dalle allergie respiratorie come disturbo stagionale a una condizione che richiede diagnosi, gestione corretta e consapevolezza delle implicazioni di sintomi e terapie sulla vita quotidiana e professionale.
Un’iniziativa di sensibilizzazione nata da un’idea di Opella Healthcare Italy, in linea con la mission di promuovere un approccio alla salute sempre più accessibile e consapevole, mettendo la salute nelle mani delle persone.
“Con questo progetto vogliamo contribuire a rafforzare la consapevolezza sul legame tra gestione della salute e sicurezza nei contesti di vita e di lavoro - afferma Raka Sinha, General Manager Opella Italia - La nostra ambizione è supportare le persone nell’essere sempre più protagoniste delle proprie scelte di salute, promuovendo un approccio informato e responsabile, in linea con la nostra mission Health. In your hands.”

Secondo le stime, la popolazione italiana over 65 raggiungerà il 30% entro 4 anni. Non solo: oltre 24 milioni di cittadini già convivono con malattie croniche. Come gestire questa situazione sempre più critica è un tema di estrema attualità. È in questo contesto che si inserisce il White Paper sulla Cronicità e la Non Autosufficienza, realizzato dall’Associazione del Terzo Settore Peripato e dalla Fondazione Anthem, che riunisce 300 ricercatori nel campo della medicina e dell’ingegneria, con l’intento di indicare una possibile strada per il cambiamento.
Tra le proposte chiave: adozione di terapie digitali, potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico, integrazione ospedale-territorio e una revisione delle esenzioni basata sul reddito per garantire equità e sostenibilità al Ssn.
 
Il punto di partenza: i dati attuali
In base al più recente report Istat, di fine marzo 2026, l’Italia rappresenta uno dei Paesi più longevi d’Europa. A fronte di ciò si prevede anche che per l’Italia si configuri quanto già ampiamente previsto negli anni passati: una situazione in cui sarà necessario sempre più gestire l’aumento dell’età media e delle malattie croniche ad essa correlate. Con una popolazione dove gli over 65 rappresentano già il 25,1% del totale, che si prevede raggiungerà il 30% entro il 2030, e una spesa per la non autosufficienza che ha superato la soglia critica dei 30 miliardi di euro annui, il sistema attuale è messo a dura prova.
È in questo quadro che si inserisce il nuovo Libro Bianco sulla Cronicità e la Non Autosufficienza, curato da Sergio Harari, Presidente Associazione Peripato e Professore di Medicina Interna all’Università di Milano, e Stefano Paleari, Presidente Fondazione Anthem e Professore di Public Management all’Università di Bergamo.
 
“Dai più recenti dati diffusi dall’Istat emerge con chiarezza la realtà strutturale di un Paese sempre più anziano nel confronto europeo, che ha la quota più bassa di giovani e più alta di anziani con 14,8 milioni di over 65 e un’età media di 49 anni, 4 in più rispetto alla media dell’Ue - dichiarano Harari e Paleari -. Uno squilibrio, risultato di un processo di lungo periodo, che incide profondamente sulla domanda di servizi sanitari, assistenziali e previdenziali, a cui il documento offre una risposta radicale basata su innovazione digitale e nuovi modelli organizzativi per garantire il diritto alla salute delle generazioni presenti e future”. 
 
“Sebbene la speranza di vita in Italia sia tra le più elevate al mondo, attestandosi a quasi 84 anni, quella in ‘buona salute’ si ferma drasticamente a 58 - dichiara Silvio Brusaferro, già Presidente dell’Iss e oggi Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Udine -. Questo implica oltre venticinque anni di vita trascorsi convivendo con malattie o disabilità, con un impatto enorme sulla qualità della vita e sulle famiglie. Un gap che genera conseguenze socio-economiche imponenti, alimentato dal fatto che oltre 24 milioni di italiani, ovvero oltre il 40% della popolazione, riferiscono essere oggi affetti da malattie croniche. Parallelamente, il sistema è sorretto da oltre 8,5 milioni di caregiver familiari che prestano assistenza a costo di enormi sacrifici personali e professionali e da oltre 800 mila badanti, con una forte componente di spesa privata pari a 45 miliardi di euro all’anno, che si aggiunge agli oltre 140 miliardi di spesa pubblica sanitaria, di cui appena 1 miliardo è la quota di compartecipazione derivante dal ticket sanitario”.
 
Le prospettive future delineano uno scenario ancora più critico. “Entro il 2043, si stima che 6,2 milioni di over 65 vivranno soli, rendendo i modelli di assistenza attuali del tutto insufficienti a fronte di una popolazione non autosufficiente destinata a crescere del 25% entro il 2030”, sottolinea Luca Degani, avvocato e Presidente Uneba Lombardia - Associazione del Terzo Settore che si occupa di assistenza sociale.

Il documento
Il Libro Bianco individua nella tecnologia e in nuovi modelli organizzativi la “chiave di volta” per una sanità più efficiente e dunque sostenibile. Non si tratta solo di digitalizzare documenti, ma di adottare vere e proprie Digital therapeutics (Dtx), ovvero software certificati, formulati come app, videogiochi, sistemi di realtà virtuale o sensorizzati, con finalità terapeutiche, riabilitative o preventive in ambito cardiologico, pneumologico, neurologico, neuropsichiatrico e oncologico, capaci di monitoraggio da remoto, in continuo, di patologie come diabete, ipertensione arteriosa e depressione, per migliorare sia gli esiti clinici sia l’aderenza e l’accesso alle cure, anche a domicilio. “Queste soluzioni sono già rimborsate in Paesi come la Germania, con costi medi per ciclo di circa 222 euro, ma l’Italia è ancora priva di un sistema normativo strutturato - spiega Guido Cavaletti, Ordinario di Anatomia Umana e prorettore vicario dell’Università Milano - Bicocca -. L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale e il potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico (Fse 2.0) permetteranno di passare da una medicina ‘a silos’ a una presa in carico globale, riducendo esami ridondanti, liste d’attesa e ospedalizzazioni improprie grazie a una disponibilità immediata delle informazioni e al monitoraggio da remoto”.
Il documento non si limita all’analisi, ma avanza proposte concrete per un cambio di rotta necessario. I curatori del Libro Bianco propongono incentivi alla prevenzione e di responsabilizzare i cittadini verso stili di vita corretti fin dai primi anni. “È altresì necessaria una migliore integrazione socio-sanitaria mirata ad abbattere le barriere tra ospedale e territorio, creando reti geografiche dove il paziente riceva cure adeguate ovunque venga intercettato - afferma Rosanna Tarricone, Associate Dean della Sda Bocconi School of Management - Divisione Government, Health e Non Profit e Professoressa Associata al Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Bocconi -. Sul fronte delle risorse, suggeriamo di rivedere i meccanismi di esenzione dal ticket, introducendo criteri basati sulla reale capacità economico-patrimoniale per garantire equità e sostenibilità. Infine, occorre ripensare la collaborazione pubblico-privato e i sistemi assicurativi affinché tornino alla loro natura di copertura dei rischi legati alla non autosufficienza e non siano intesi semplicemente come uno strumento per ‘saltare la coda’ pagando un premio”.
 
“Il cambiamento che ci aspetta, da sotterraneo diventerà presto visibile e di grande impatto su tutta la popolazione.  Agire ora significherebbe un'importante assunzione di responsabilità da parte del decisore politico, per trasformare quello che oggi viene definito un ‘silver tsunami’ in una vera onda di rinnovamento per l’intero Paese”, conclude Cristina Messa, Ordinario di Diagnostica per Immagini Università Milano-Bicocca e Direttrice Scientifica Fondazione Don Carlo Gnocchi.
 
Hanno contribuito alla stesura del Libro Bianco: Silvio Brusaferro, Guido Cavaletti, Luca Degani, Sergio Dompé, Daniele Finocchiaro, Giada Lonati, Cristina Messa, Nicola Montano, Fabrizio Oliva, Rosanna Tarricone.

Si stima che in Italia la malattia renale cronica (Mrc) riguardi circa 5 milioni di persone, ma che solo una su tre riceva una diagnosi corretta. Si tratta di una patologia spesso asintomatica, almeno inizialmente, ma che può evolvere fino all’insufficienza renale avanzata, con la necessità di dialisi o trapianto. Non solo: è noto che i portatori di Mrc presentano un aumento significativo del rischio cardiovascolare e ridotta possibilità di ricevere terapie salvavita.
È in questo contesto che nasce Premio – Progetto per la gestione integrata della Mrc, una iniziativa congiunta della Società Italiana dei medici di medicina generale e delle cure primarie (Simg) e della Società Italiana di Nefrologia (Sin).

Focus sulla diagnosi precoce
È nelle fasi iniziali di malattia che è possibile agire con maggiore efficacia. La diagnosi precoce, insieme a una gestione condivisa tra medicina generale e specialistica possono infatti rallentare in modo significativo la progressione della malattia, migliorare la qualità di vita dei pazienti e ridurre il ricorso alle terapie sostitutive (dialisi e trapianto), con evidenti risparmi in termini di costi umani, sociali e sanitari.
Tanto più in questo momento storico, in cui i progressi clinici e farmacologici hanno aperto nuove prospettive nella gestione della Mrc, rendendo possibile modificare la sua evoluzione.
“Oggi disponiamo di strumenti diagnostici e terapeutici che permettono non solo di trattare la malattia renale cronica, ma di intervenire in modo sempre più efficace sulla sua evoluzione – sottolinea Luca De Nicola, Professore Ordinario di Nefrologia presso l'Università della Campania Luigi Vanvitelli e Presidente Sin - Le evidenze scientifiche degli ultimi anni indicano con chiarezza che è possibile rallentare la progressione della patologia, rimandando anche di 25 anni la dialisi, riducendo nel contempo anche il rischio cardiovascolare e consentendo infine la prescrizione di terapie salvavita per le malattie neoplastiche e infettive. Ma per farlo è fondamentale anticipare la diagnosi e costruire percorsi condivisi tra medicina generale e specialistica. In questo senso il progetto Premio rappresenta un passaggio strategico: vogliamo costruire una rete clinica e formativa nazionale capace di rendere più efficace la collaborazione tra nefrologi e medici di medicina generale e di migliorare in modo concreto la gestione complessiva della Mrc”.

Una rete nazionale
Il progetto Premio nasce con l’obiettivo di trasformare la diagnosi precoce della Mrc in una pratica diffusa su tutto il territorio nazionale, con una collaborazione strutturata tra Mmg e nefrologi. Cuore del progetto è la costruzione di una rete formativa e clinica integrata, capace di coinvolgere progressivamente migliaia di professionisti e di migliorare l’emersione della patologia.
“Con il progetto Premio vogliamo costruire una rete capillare di medici di medicina generale e nefrologi in grado di lavorare insieme sul territorio - spiega Alessandro Rossi, Presidente Simg - Partiamo dalla formazione di coppie di professionisti che diventeranno referenti regionali e formatori, con l’obiettivo di diffondere competenze e strumenti operativi su tutto il territorio nazionale. La medicina generale è il primo punto di contatto con il paziente e può fare la differenza nell’identificazione precoce della malattia e nella presa in carico continuativa”.

Un percorso triennale
Il progetto si svilupperà lungo un percorso triennale (2026–2028) articolato su più livelli.
La prima fase, avviata con il corso nazionale del 18 aprile 2026, prevede la formazione dei formatori, che guideranno la diffusione del modello nei rispettivi territori.
Seguiranno 24 corsi territoriali in tutta Italia, a partire dal 6 giugno, che vedranno il coinvolgimento congiunto di medici di medicina generale e nefrologi, affiancati da una formazione digitale asincrona attiva tra giugno e dicembre 2026.
L’obiettivo è rendere la diagnosi precoce e la gestione integrata della Mrc una pratica quotidiana nella medicina del territorio, migliorando l’appropriatezza dei percorsi di cura e favorendo una collaborazione stabile tra professionisti.
Premio si propone come un modello organizzativo replicabile anche in altri ambiti della cronicità, con l’ambizione di coinvolgere nel tempo gran parte dei Mmg italiani e contribuire all’emersione di milioni di pazienti oggi non diagnosticati. Un passo concreto verso una sanità proattiva, capace di intervenire prima che la malattia si manifesti in forma avanzata e di migliorare in modo significativo la qualità di vita delle persone.

Sono appena partiti i nuovi corsi antifumo della Lilt di Firenze, “Prova la libertà, lascia indietro la sigaretta”, dal 10 aprile nella sede dell’associazione in viale Giannotti.Da oltre 1 anno, presso il centro è in sperimentazione la citisina, il nuovo farmaco per aiutare a smettere di fumare.“L'associazione – spiega Silvia Marini, psicologa e psicoterapeuta conduttrice degli incontri - collabora con un medico dedicato che segue le persone interessate a integrare il farmaco nel proprio percorso, nel rispetto delle più recenti linee guida. La citisina è un prodotto di origine vegetale che agisce ingannando i recettori nicotinici presenti nel cervello. Ha una doppia azione: da una parte riduce il livello di appagamento quando la persona continua a fumare, dall’altra attenua i sintomi di astinenza quando si diminuisce progressivamente il numero delle sigarette fino ad arrivare allo stop”.“Studi e ora anche risultati indicano chiaramente che la combinazione tra percorsi cognitivi comportamentali e trattamento farmacologico è quella che offre le maggiori probabilità di successo di abbandono delle sigarette"."Quando una persona decide di utilizzare la citisina - spiega la psicologa - viene messa in contatto con il nostro medico, che valuta se esistono i requisiti clinici per l’assunzione del farmaco e coordina i tempi con le conduttrici dei gruppi, sincronizzando il trattamento farmacologico con quello cognitivo comportamentale”.“Il tumore del polmone è tra i più frequenti tipi di cancro nei Paesi occidentali, tra cui l’Italia, e il fumo di sigaretta ne è la principale causa - afferma Alexander Peirano, presidente Lilt Firenze - ma smettere di fumare è possibile: come Lilt Firenze organizziamo corsi antifumo e incontri nelle scuole per sensibilizzare i giovani sui rischi del tabagismo”.

Gli incontri, otto in totale, si svolgeranno ogni martedì e venerdì dalle 19.30 alle 21.